C’è una forma di razzismo di cui non si parla: quello verso i poveri. Non ci credete? Partiamo da un numero: in italiano gli insulti basati su questo razzismo economico in italiano sono 45, da accattone a straccione, fino a miserabile e così via. Del resto, il “parente povero” è quello di cui ci si vergogna. Ma perché disprezzare chi non ha abbastanza per vivere? Perché questa mancanza di empatia verso persone in difficoltà?
Ci dipingiamo come una società basata sulla solidarietà, ma la realtà è un’altra: disprezziamo i poveri e adoriamo i ricchi. I nuovi eroi sono Steve Jobs o Jeff Bezos, dipinti come santi per il loro innegabile talento, ma pochi mettono in evidenza che hanno costruito le loro fortune sullo sfruttamento massiccio di manodopera sottopagata e una concorrenza spietata. Chi invece non riesce ad accumulare denaro è implicitamente considerato un fallito.
Ci siamo spinti, insomma, ben oltre il capitalismo. Persino il padre del liberismo economico, Adam Smith, nel suo libro “La teoria dei sentimenti morali” diceva che «la corruzione del carattere consiste nell’ammirare i ricchi e disprezzare i poveri, invece di ammirare i saggi e le buone persone e disprezzare gli stupidi. Questa è la corruzione di una società: quando una società disprezza quelli che hanno fallito nella vita, quelli che hanno avuto cattiva sorte, è patologico».
In questo articolo parlerò di questa invisibile malattia: la “aporofobia” (da aporos, indigente, e fobia, paura), termine creato dalla filosofa spagnola Adela Cortina Orts. Una malattia molto più diffusa di quanto crediamo: non solo perché la crisi economica sta ingrossando le file dei poveri, ma anche perché è l’aporafobia il vero motore dell’intolleranza verso gli immigrati: non li temiamo perché provengono da altre culture, ma perché non hanno soldi. Tant’è vero che per ottenere il permesso di soggiorno in un Paese ricco, non occorre una fedina penale pulita o un titolo di studio: basta il denaro, bisogna dimostrare di avere un lavoro retribuito. Alcuni Paesi offrono direttamente la cittadinanza a chi dispone di somme cospicue: ad esempio, chi investe 250mila euro in immobili o 50mila euro in una società in Lettonia, ottiene direttamente un passaporto europeo.
I poveri sono stati sempre emarginati nella Storia. Verso di loro nutriamo un sentimento ambivalente: il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche diceva che «ai mendicanti è seccante dare qualcosa, ed è seccante non darlo». I poveri suscitano la nostra compassione, ma anche un senso di sospetto se non di disprezzo: perché sono diventati poveri? Per colpa, per scelta, per disgrazia? O sono invece parassiti che vivono sulle spalle degli altri, se non addirittura malviventi? La nostra civiltà non è stata in grado di risolvere questi dilemmi, oscillando fra assistenzialismo, controllo sociale ed emarginazione. Perché pensare ai poveri è, sempre e comunque, un pensiero scomodo.
Questo articolo è anche l’occasione per ricordare i 100 anni dalla nascita di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), che dedicò ai poveri il suo primo film,”Accattone” (1961).
[ per approfondire, apri la finestra cliccando sul + qui sotto ]
Nei secoli, il disprezzo verso i poveri si è sedimentato nel nostro linguaggio, come vedrete nei box qui sotto, dove ho raccolto tutti i termini spregiativi per indicare i poveri: sono 45, un ventaglio impressionante. Tutti accomunati da un aberrante punto di vista: il povero è da evitare, è disdicevole, in qualche modo perfino colpevole della propria condizione. Un pregiudizio che serve a soffocare la nostra empatia verso i poveri, per non farci pensare al rischio – sempre presente, in realtà – di finire sul lastrico anche noi. Voltarci dall’altra parte, dipingere i poveri come scarti umani che hanno meritato la loro cattiva sorte ci rassicura di non finire risucchiati anche noi fra gli indigenti. E ci dà l’illusoria sensazione di sentirci ancora più privilegiati, premiati per i nostri meriti: più aumentano gli esclusi, più una ristretta élite può continuare a prosperare.
- barbone
- clochard (dal francese clocher, zoppicare)
- mendicante (da mendicum, malato, con un difetto fisico, quindi povero)
- sciattone (dal latino exaptum, non adatto)
- straccione
-
accattone (da accattare, chiedere l’elemosina)
- birbante/birbone (dal francese bribe tozzo di pane)
- bighellone (girovago)
- gaglioffo (dallo spagnolo “gallofa”, pane dei pellegrini)
- morto di fame
- nullafacente
- pezzente (dal latino, persona che chiede)
- pitocco (dal greco ptokòs, mendicante)
- questuante (da quaerere, cercare: chi chiede l’elemosina)
- sfaccendato
- vagabondo
- fallito
- micragnoso (privo di denaro, la parola deriva da “emicrania”: la povertà fa venire il mal di testa)
- miserabile
- nullatenente
- plebeo
- povero, poveraccio
- senzatetto
- servo della gleba
- spiantato (sradicato, rovinato)
- squattrinato
-
bifolco (chi guida i buoi)
- bovaro/boaro
- burino (da burra, parte dell’aratro)
- buzzurro (venditore di castagne)
- cafone (dal latino cavare “scavare; rivoltare la terra’’)
- derelitto (abbandonato)
- disoccupato
- facchino (ambulante, uomo di fatica)
- malnato (nato male, cioè di umili origini)
- mascalzone (da maniscalco, garzone)
- paria (individui appartenenti alle classi sociali più basse dell’India, detti anche intoccabili)
- proletario
- rustico (campagnolo)
- servo
- sguattero (dal longobardo wahtari “guardiano”, inserviente umile)
- tamarro (venditore di datteri)
- villano/villico (abitante della villa, cioè della campagna)
- zappaterra/zappatore
- zotico (da lat. tardo idiotĭcus «ignorante, incolto»)
Se vi è piaciuto questo articolo, potrebbero interessarvi anche questi:
- Dimmi che lavoro fai e ti dirò il tuo insulto
- Quel fascismo strisciante contro i grassi
- Gli insulti più feroci: quelli fisici
- Se “filippino” diventa un insulto
- L’origine della parola “terrone”. Una volta per tutte
- Perché “vecchio” è un’offesa?
- Peggio terrone o polentone?
- Spaghetti,”mafia man” e carcamano: perché all’estero i negri siamo noi
- Terrone, burino e polentone, le parole dell’Italia disunita
- Negro, zingaro, terrone: quando le parole diventano pietre
Bravo, bell’articolo che permette di parlare società attraverso la lingua.
Un concetto mi sembra centrale che hai menzionato: il lavoro e la sua valorizzazione sociale. Sei cio’ che fai (e cio’ che guadagni) e non ….cio’ che sei.