anniversario | Parolacce https://www.parolacce.org L'unico blog italiano di studi sul turpiloquio, dal 2006 - The world famous blog on italian swearing, since 2006 - By Vito tartamella Tue, 09 Apr 2024 16:14:18 +0000 it-IT hourly 1 https://www.parolacce.org/wp-content/uploads/2015/06/cropped-logoParolacceLR-32x32.png anniversario | Parolacce https://www.parolacce.org 32 32 Le parolacce di Totò https://www.parolacce.org/2017/05/23/turpiloquio-film-toto/ https://www.parolacce.org/2017/05/23/turpiloquio-film-toto/#comments Tue, 23 May 2017 10:30:46 +0000 https://www.parolacce.org/?p=12343 Fra i tanti miti su Totò ce n’è uno che demolirò (solo in parte!) in questo articolo: ovvero, che in tutti i suoi film – ben 97 in 31 anni di carriera – non abbia mai detto una sola parolaccia.… Continue Reading

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Scena da “Il più comico spettacolo del mondo” (1953).

Fra i tanti miti su Totò ce n’è uno che demolirò (solo in parte!) in questo articolo: ovvero, che in tutti i suoi film – ben 97 in 31 anni di carriera – non abbia mai detto una sola parolaccia.
Sbagliato: ne ha dette tre, o per essere precisi: due e mezza. In questo articolo vi mostrerò un video con le scene più “hot”, unite insieme per la prima volta. Resta comunque un record per un uomo che «odiava le barzellette, le parolacce, le carte da gioco e i dolci», come racconta Ennio Bispuri nel libro “La vita di Totò”. Spesso infatti i comici, nella vita, sono molto seri.
Anzi, proprio lui che era tanto rigoroso, oltre che conservatore, aristocratico e monarchico, si ritrovò suo malgrado a indossare i panni del sovversivo: diversi film da lui interpretati, infatti, furono oggetto di aspre censure, in realtà più per gli argomenti trattati che per il linguaggio. Ne parlo in questo articolo, in occasione del 50° anniversario della sua scomparsa che ricorre quest’anno.

Le 3 volgarità

Ma andiamo con ordine. E partiamo dalle uniche tre parolacce pronunciate dal Principe della risata, il quale, più che alle battute verbali, affidava la sua comicità soprattutto alla mimica, della quale fu un maestro insuperato. Le volgarità appaiono in tre film consecutivi dei primi anni ’60:

I DUE MARESCIALLI (1961)

Il film è ambientato nel 1943, in piena guerra mondiale. Totò è nei panni Antonio Capurro, un ladruncolo: per salvarsi dall’arresto, riesce a prendere il posto di un maresciallo dei carabinieri (Vittorio De Sica) nel paese di Scalitto. Ma si troverà a dover svolgere il difficile compito di fronteggiare, con l’autorità della divisa, i nazisti e i fascisti presenti nel paese.
In una delle scene iniziali, Totò incontra in caserma, alla presenza del tenente tedesco Kessler, il podestà fascista Achille Pennica (Gianni Agus). Fra lui e Totò scatta un’antipatia immediata, con frecciatine reciproche. Quando Kessler, in un momento d’ira, colpisce per sbaglio la mano di Totò con un frustino, lui esplode in un «Li mortacci tua!».

I DUE COLONNELLI (1962)

Anche questo film è ambientato nel 1943 a Montegreco, al confine fra la Grecia e l’Albania. Totò interpreta il colonnello fascista Antonio Di Maggio, il quale riceve l’ordine dal maggiore Kruger, un nazista, di bombardare il paese e uccidere donne, vecchi e bambini per stanare i nemici inglesi. Ma Totò si rifiuta: «Io l’ordine di sparare non lo darò né ora né mai». Kruger lo minaccia: «Badate colonnello, che io ho carta bianca! (sono autorizzato a fare qualsiasi cosa, ndr)». E Totò gli risponde: «E ci si pulisca il culo!!!!». Una risposta liberatoria, che anticipa di 14 anni la scena in cui Fantozzi, dopo essere stato costretto a vedere un noioso cineforum aziendale, urla: «La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!».
In realtà, Totò si era rifiutato di pronunciare quella parola: il Principe rifuggiva le volgarità. Il regista, Steno, riuscì a convincerlo con uno stratagemma: gli disse che gli altri attori presenti, con il loro vociare, avrebbero coperto la sua battuta, che non si sarebbe sentita. Totò accettò, ma avendo un microfono la sua battuta fu registrata forte e chiara, passando alla storia. Lo racconta Giancarlo Magalli, all’epoca nella troupe (dal minuto 44):


IL MONACO DI MONZA (1963)

Il film è ambientato nel 1600 (come la vicenda della monaca di Monza). Totò è nei panni di Pasquale Cicciacalda, un calzolaio che per mantenere 12 figli si traveste da frate alla ricerca di cibo e carità. A lui si unisce un pastore, Mamozio (Macario) e insieme giungono al castello del perfido marchese Egidio De Lattanzis (Nino Taranto). Dopo varie peripezie, i due credono di essere riusciti ad avvelenare il marchese, che si finge morto (tanto che poi “resusciterà”).
In una scena, Totò e Macario, dopo aver subìto varie angherie, si sfogano insultando il suo corpo in apparenza senza vita. «Birichino!» gli dice, timido, Macario. «Ma che birichino!» ribatte Totò. «Questo è un figlio di una mignocca (mignotta, ndr) bisogna trattarlo così!» e gli dà uno schiaffo.

Dunque, due parolacce più un eufemismo che però lascia trasparire il suo significato originario. Guardando più a fondo, sono due insulti (“mortacci tua” e “figlio di una mignotta”) e un’oscenità (“culo”), e sono stati usati tutti per esprimere un’emozione forte, la rabbia.
Sorprende che queste tre espressioni – oggi fanno sorridere, ma all’epoca erano considerate forti – siano sopravvissute al vaglio della censura cinematografica, che in quegli anni era molto attiva sui film: prima di essere proiettati nelle sale, infatti, le pellicole erano sottoposte al vaglio di una Commissione di revisione, che indicava i contenuti sensibili, scandalosi o critici, da tagliare. Nei primi due casi, forse il sentimento antifascista incarnato dalle battute di Totò, ha prevalso sulle remore linguistiche.
In ogni caso, Steno (Stefano Vanzina) il regista de “I due colonnelli” raccontò che dovette faticare non poco per convincere Totò a pronunciare la parola “culo”. Ma, come tutti i professionisti, anche il Principe si è dovuto adattare alle esigenze narrative del copione.
Se volete ascoltare le tre storiche parolacce di Totò, eccole riunite in un unico video qui sotto: le trovate al minuto 1:30 (“mortacci tua”), al minuto  4:09 (“culo”) e al minuto 5:52 (“mignocca”). Qualcuno afferma che queste siano state le prime parolacce nella storia del cinema italiano: falso! Ne sono state pronunciate altre ben prima di questi film, e non da Totò. Per chi è interessato, lo racconto nel mio libro.

Pulito ma censurato

Eppure, nonostante questo record (oggi inimmaginabile per un comico) il napoletano Antonio De Curtis fu tra gli attori più censurati della sua epoca. Com’è possibile?In alcuni casi, fu proprio per la presenza di parolacce nel copione: sempre ne “I due marescialli” fu tagliata una battuta in cui Totò diceva a De Sica «Questi figli di puttane!».
Il film “I soliti ignoti” (1958) doveva intitolarsi “Le madame” (soprannome della polizia in romanesco) ma fu censurato come termine irrispettoso, perché evocava anche le prostitute.
In “Totò, Peppino e… la dolce vita” (1961) furono cassate le battute che giocavano sul doppio senso Procio-frocio (una sensibilità anti-omofoba): il regista, Sergio Corbucci, dovette tagliare una scena in cui Totò e Peppino prendevano in giro i personaggi della “dolce vita” con riferimento all’Odissea: «Qui, guardati intorno, sono tutti Proci!» dice Totò e Peppino risponde: «Me ne sono accorto»; ribatte Totò: «Oggi essere Procio è un titolo d’onore. Io, per esempio, se fossi in te, dato che hai anche il fisico, modestamente, fatti Procio!» e ancora «Tu sei scemo!», «Fatti Procio!», «Ma vattene!».

Scena da “Totò a colori” (1952).

Ma, tolte queste eccezioni, Totò fu censurato soprattutto per gli argomenti trattati nei film. Molti tagli riguardavano frecciate polemiche (già allora!) contro i politici corrotti. In “Sua eccellenza si fermò a mangiare” (1961), per esempio, fu sforbiciata una battuta sui ministri ladri («Se è ministro, per forza!»), così come in “Totò all’inferno” (un diavolo: «E’ un onorevole, dallo in pasto agli elettori»).

Ma la palma del film più osteggiato dai censori va a “Totò e Carolina” (1955) di Mario Monicelli: racconta la storia di un poliziotto vedovo, che accoglie in casa una ragazza scappata di casa perché incinta. Un tema spinosissimo per quell’epoca. Il film si arenò per un anno e mezzo fra audizioni e polemiche: Monicelli dovette fare 82 tagli prima di riuscire a proiettarlo nei cinema. I censori temevano di mettere in ridicolo l’immagine della polizia, e tagliarono tutti i riferimenti critici verso le forze dell’ordine: la battuta «Io le guardie le conosco, sò carogne!» fu attenuata in «Io le guardie le conosco, sò dritte!».
Per prendere ulteriormente le distanze, il nome del protagonista, impersonato da Totò, fu il farsesco Antonio Caccavallo (un cognome che è tutto un programma). E il capo del governo, Scelba, impose che subito dopo i titoli di testa fosse inserita questa avvertenza: «Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia. Il fatto stesso che la vicenda sia vissuta da Totò, trasporta il tutto in un mondo e su un piano particolare. Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell’irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di Polizia». Da che mondo è mondo, il Potere non tollera le prese in giro.
In più, oltre al tema della gravidanza illegittima c’erano riferimenti al suicidio (che «solo i ricchi possono permettersi di attuare») e al comunismo (un gruppo di operai che cantava “Bandiera rossa”). Tutto tagliato.
Tanto che Totò, che considerava questo film il migliore che avesse interpretato, disse sconsolato: « Se a un comico tolgono la possibilità di fare la satira che cosa gli resta?».

 

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I 30 anni di “Radio parolaccia” https://www.parolacce.org/2016/07/07/radio-radicale-radio-parolaccia/ https://www.parolacce.org/2016/07/07/radio-radicale-radio-parolaccia/#respond Thu, 07 Jul 2016 09:22:01 +0000 https://www.parolacce.org/?p=10463 Più di 800 ore ininterrotte di bestemmie, insulti, oscenità da tutto il Paese. Oltre ad avere la più antica parolaccia scritta in una chiesa, l’Italia detiene un altro record: la maratona radiofonica più lunga e volgare della storia. Il primato non lo trovate sul… Continue Reading

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radioPiù di 800 ore ininterrotte di bestemmie, insulti, oscenità da tutto il Paese. Oltre ad avere la più antica parolaccia scritta in una chiesa, l’Italia detiene un altro record: la maratona radiofonica più lunga e volgare della storia. Il primato non lo trovate sul Guinness, ma lo meriterebbe: quasi 50mila minuti di volgarità trasmesse nell’etere in 35 giorni da Radio Radicale – ribattezzata per l’occasione “Radio parolaccia” – sono un evento unico al mondoMa che cosa era successo? Lo racconto in questo articolo, perché proprio in questi giorni ricorre il 30° anniversario dell’evento (a 3 mesi dalla scomparsa di Marco Pannella, storico leader radicale).
Era il 10 luglio del 1986, infatti, quando Radio Radicale si trovò in grandi difficoltà economiche. L’emittente era stata fondata 10 anni prima a Roma da un gruppo di attivisti, e svolgeva (come oggi) un doppio ruolo: non solo megafono del partito, ma anche radio di servizio, che trasmetteva in diretta le sedute del Parlamento e altri dibattiti istituzionali. Ma all’epoca la radio non riceveva contributi dal Governo: e così, di fronte a costi di gestione sempre più alti, quell’estate Radio Radicale era arrivata al punto di rischiare la chiusuraI dirigenti i decisero di sospendere tutti i programmi, per lasciare la parola agli ascoltatori: installarono 30 segreterie telefoniche, invitando gli italiani a registrare un messaggio di 1 minuto con le proprie opinioni sulla radio. A quell’epoca – giova ricordarlo – Internet ancora non c’era.

Dalla politica ai goliardi

radio-radicaleE così le segreterie telefoniche di Radio Radicale iniziarono a registrare le voci degli ascoltatori. Ma ai messaggi di stima e solidarietà per la radio si affiancarono subito le critiche dei detrattori. Una pensionata napoletana disse, contestando gli scioperi della fame dei radicali: “Nuje a fame a’ facimme senza ‘o sciopero. La nostra è ‘na fame radicale”.
Ma la politica passò rapidamente in secondo piano: l’occasione di avere un palcoscenico nazionale era troppo ghiotta per goliardi e disturbatori. C’era chi telefonava per trasmettere il rumore del vento, chi fischiettava, chi faceva pernacchie, chi simulava un orgasmo, chi cantava (da “Faccetta nera” all’ultimo successo di Eros Ramazzotti), chi diceva filastrocche senza senso. Alcuni incidevano messaggi d’amore (“Cerco Carla, senza di lei non posso più vivere”), altri protestavano per piccoli incidenti quotidiani (“Sono in campeggio e se n’è andata via la luce. Intervenite”), altri ancora che si facevano pubblicità (“Venite nella mia panetteria, è in via Garibaldi…”).
E ben presto si diffuse l’abitudine di lasciare messaggi sempre più osceni. Non solo insulti a sfondo politico (contro i radicali, i fascisti, i comunisti, i democristiani…) ma anche a sfondo calcistico fra opposte tifoserie: laziali contro romanisti, interisti contro juventini, etc. Ma la parte del leone fu presa dall’odio etnico: i settentrionali invocavano che l’Etna eruttasse per distruggere la Sicilia, i meridionali che invitavano Gheddafi a bombardare Milano o Torino… Ma anche telefonate contro “negri”, ebrei, paninari, e così via.

Sfogatoio a luci rosse

Ecco alcuni esempi: «Sono Roberto e chiamo da Milano, (…) volevo dire a quella manica di terroni di Roma che siete delle teste di cazzo inaudite a fare quelle telefonate oscene, pirloni, barboni, andate a lavorare, pirlaaa! Grazie».
«Filippo bastardo, figlio de ’na mignotta, bastardo che non sei altro… milanesi dovete crepare tutti, bastardi che non siete altri, venite a Roma che ve famo un culo come ’na capanna… mortacci vostri mortacci vostri… a voi e a tutto il Nord!».
Insomma, Radio Radicale divenne lo sfogatoio dei peggiori istinti degli italiani. Nel video qui sotto potete sentire dal vivo le voci dell’epoca: audio sconsigliato alle persone sensibili per la presenza di bestemmie.

I leader radicali, comunque, fedeli al loro approccio libertario e anarchico, decisero di non intervenire con censure: “la radio era in mano agli ascoltatori” ricorda l’ex direttore Massimo Bordin, “ed era giusto che dicessero ciò che volevano senza intermediari”. Insomma, Radio Parolaccia divenne un “troll” di massa. E in breve tempo, Radio Radicale battè tutti i record, diventando l’emittente più chiamata e ascoltata d’Italia. D’altronde, era un palcoscenico nazionale e privo di rischi: allora non c’era l’identificativo del chiamante, quindi tutte le telefonate restavano nel totale anonimato. Ma in una nazione guidata dall’asse catto-socialista moderato (Psi-Dc-Psdi, Pri, Pli, con Bettino Craxi presidente del consiglio) e la presenza del Vaticano, l’esperimento non poteva durare a lungo. Tanto più che diverse telefonate violavano le leggi: vilipendio delle istituzioni, apologia di fascismo, diffamazione, solo per citare alcuni reati.

Lo stop dei magistrati

pannella-radio

Pannella (primo a sin.) con lo staff di Radio Radicale.

Sommersa da denunce, interpellanze parlamentari, articoli di giornali indignati, la magistratura di Roma intervenne: il 14 agosto, dopo 35 giorni di trasmissioni, emise un decreto di sequestro degli impianti usati per trasmettere le telefonate. Tre funzionari della Digos e due tecnici della Questura si presentarono a Radio Radicale e portarono via le segreterie telefoniche che registravano i messaggi degli ascoltatori. L’emittente dovette ripiegare trasmettendo musica classica. Finché, in serata, ai microfoni Pannella si scagliò contro i magistrati: “Quando la Rai attenta ai diritti politici dei cittadini, non si trova un magistrato in tutta Italia che abbia il coraggio e la serietà di avviare un’indagine. Quando si tratta di Radio Radicale, invece, la magistratura scopre di essere armata per difendere la legge”.
Il giorno seguente, Ferragosto, Pannella tornò in radio per una diretta non-stop: un modo per tenere alta l’attenzione sui destini di Radio Radicale, ma anche delle radio in generale. La vicenda si risolse in autunno, quando il Parlamento intervenne per salvare l’emittente, estendendo alle radio il finanziamento pubblico per l’editoria di partito. Ma “Radio parolaccia-Radio bestemmia”, come fu ribattezzata, non terminò nel 1986 la sua esistenza.
Dopo una replica nel 1990, ancora nel 1993 (sempre per salvarsi dalla chiusura) l’emittente riattivò la segreteria telefonica, sempre con analoghi risultati.

Una foto dell’Italia

71-fdMGa5ULCon questa iniziativa, Pannella fu accusato di aver tolto il coperchio ai più bassi istinti degli italiani. Ma lui non era d’accordo: “E’ giusto che questo tetro mondo a luci rosse venga finalmente alla luce del sole. E’ una fotografia inquietante ma straordinariamente interessante dell’Italia. Ci sono tanti moralisti che borbottano, ma non c’è neanche un sociologo che si prenda la briga di studiarle quelle voci, e nemmeno un linguista che si mette ad analizzare la diversità delle parlate. Un enorme patrimonio di conoscenza e loro lo sprecano così”.
In effetti, su questo caso unico fu pubblicato solo un libro: “Pronto?! L’ Italia censurata delle telefonate a Radio radicale” (Mondadori). Ma è solo un’antologia impreziosita dalla prefazione di Oreste Del Buono. Insomma, quella miniera di fango è ancora tutta da esplorare: fu profetica nel mostrare non solo la voglia di protagonismo di tanta gente (in cerca di un palcoscenico nazionale, seppur anonimo e momentaneo), ma soprattutto la carica di odio razziale, di xenofobia e di intolleranza che di lì a poco sarebbero stati cavalcati dalla Lega Nord e da altri partiti. A distanza di 30 anni, peraltro, lo scenario non è molto cambiato: le ossessioni sono rimaste più o meno le stesse. Con la differenza che, oggi, le discariche emozionali sono a portata di mano sempre: basta andare su Twitter, Facebook o YouTube. L’unica differenza è che invece di nascondersi dietro a una voce anonima oggi ci si cela dietro un nickname. Un progresso? Dal punto di vista tecnologico senz’altro, ma da quello comunicativo non molto: sui social network manca il tono di voce, che rivela le reali intenzioni di chi parla. Insomma, su queste piattaforme è più difficile capire se chi insulta lo fa per semplice goliardia, odio violento, ribellione al sistema, sfogo liberatorio o disagio sociale. E così il rischio di equivoci e incomprensioni diventa più alto. Insomma, rispetto a 30 anni fa abbiamo molto più potere, ma il mondo è diventato più complicato: anzi, maledettamente ambiguo.

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Borsellino e Falcone, amici goliardici https://www.parolacce.org/2015/05/24/borsellino-e-falcone-amici-goliardi/ https://www.parolacce.org/2015/05/24/borsellino-e-falcone-amici-goliardi/#comments Sun, 24 May 2015 18:26:55 +0000 https://www.parolacce.org/?p=7608 Il documento che vedete qui a lato è eccezionale. Non solo per il suo autore, il giudice Paolo Borsellino, e per il suo destinatario, il giudice Giovanni Falcone. Ma soprattutto perché contiene parolacce, e in un modo raro. Nel suo… Continue Reading

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BorsellinoIl documento che vedete qui a lato è eccezionale. Non solo per il suo autore, il giudice Paolo Borsellino, e per il suo destinatario, il giudice Giovanni Falcone. Ma soprattutto perché contiene parolacce, e in un modo raro.
Nel suo testo le volgarità riescono infatti a trasmettere sentimenti alti: l’intimità, la confidenza e la schiettezza fra due amici.
L’amore per un’Italia più giusta: fosse anche un’utopia che può costare della vita. Il gusto per lo scherzo goliardico, l’humor nero, il paradosso.
Il tutto in un’orazione funebre agrodolce, in cui il morto è (apparentemente) denigrato come “testa di minchia“, perché si era messo in testa di sconfiggere la mafia con la forza del diritto. Esagerato! Come il tentativo di comprendere la Trinità divina: mentre si arrovellava su questo mistero, Sant’Agostino incontrò in spiaggia un bambino (rivelatosi poi un angelo) che tentava di svuotare il mare con un secchiello. E il santo capì che stava tentando di fare la stessa cosa.
Erano così anche questi due amici, che hanno sognato di svuotare l’Italia dal marcio. Fottendosene di essere denigrati dagli altri. O di rischiare la vita per questo.

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