Bibbia | Parolacce https://www.parolacce.org L'unico blog italiano di studi sul turpiloquio, dal 2006 - The world famous blog on italian swearing, since 2006 - By Vito tartamella Thu, 05 Dec 2024 18:12:19 +0000 it-IT hourly 1 https://www.parolacce.org/wp-content/uploads/2015/06/cropped-logoParolacceLR-32x32.png Bibbia | Parolacce https://www.parolacce.org 32 32 Quei ridicoli nomi del piacere solitario https://www.parolacce.org/2020/10/27/modi-di-dire-masturbazione-sega/ https://www.parolacce.org/2020/10/27/modi-di-dire-masturbazione-sega/#comments Tue, 27 Oct 2020 10:24:10 +0000 https://www.parolacce.org/?p=17730 In questi tempi di “lock down” e di isolamento forzato, l’argomento è tornato d’attualità. Sembra infatti che, per colpa della pandemia, sia aumentato l’autoerotismo: lo fa il 35% degli uomini e il 17% delle donne costretti a casa in smart… Continue Reading

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Sega: il termine più diffuso per indicare l’autoerotismo.

In questi tempi di “lock down” e di isolamento forzato, l’argomento è tornato d’attualità. Sembra infatti che, per colpa della pandemia, sia aumentato l’autoerotismo: lo fa il 35% degli uomini e il 17% delle donne costretti a casa in smart working. L’ha riscontrato un sondaggio su mille lavoratori svolto fra Regno Unito, Usa, Canada e Australia. Anche se, in tempi normali, basta il matrimonio per far impennare il sesso solitario.
Ma al di là delle battute, l’argomento è interessante dal punto di vista linguistico. In italiano, infatti, l’autoerotismo ha una cinquantina di nomi: quelli davvero neutri sono la minoranza. La maggioranza, infatti, sono termini goliardici e divertenti, ma anche ricchi di sfumature moralistiche di condanna (e questo in tutte le lingue del mondo, come vedremo più sotto). L’autoerotismo ha questi due volti, che a ben guardare sono facce della stessa medaglia, ovvero l’imbarazzo.  Perché?

Si fa ma non si dice

La domanda si impone, visto che è un comportamento molto diffuso in natura fra i mammiferi: lo fanno le scimmie, i cani, i cavalli, gli asini, i gatti, i galli e persino i delfini. Tant’è vero che in una grotta tedesce, a Hohle Fels, è stato trovato un fallo di pietra levigata di 28mila anni fa: il primo “dildo” (giocattolo sessuale) della storia. 

Meme ironico sull’aumento di autoerotismo per il Covid.

E oggi? Secondo l’ultimo “Rapporto sulla sessualità degli italiani” (di Marzio Barbagli, Gianpiero Dalla Zuanna e Franco Garelli – Il Mulino, 2010), si masturba un italiano su 3. Ma con molte differenze: lo fanno più gli uomini (48%) che le donne (20%), Lo fanno più gli under 24 che gli over 60enni; lo si fa più al nord che al sud. Ma – ed è il dato più significativo – si è masturbato almeno una volta nella vita l’86% dei non credenti,e il 60% dei credenti. Anche se, come vedremo qui sotto, il tabù della masturbazione non è nato in campo religioso ma medico. Ed è recente: si è sviluppato solo negli ultimi 3 secoli.
Dunque, gli imbarazzi nascono da una scelta culturale. I nomi che usiamo, infatti, mettono a nudo i nostri giudizi e paure. Secondo una ricerca più recente (rapporto Eurispes “Sesso, erotismo e sentimenti”, 2018) oggi 8 giovani su 10, soprattutto quelli con più alto titolo di studio, considerano il sesso solitario un’attività “normale”. Ma i termini che lo designano, e i modi di dire che ispirano raccontano un’altra storiaPer capirla, occorre riavvolgere il nastro, con l’aiuto di un libro ben documentato di Jean Stengers e Anne Van Neck “Storia della masturbazione” (Odoya).

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Dagli Egizi a Gianna Nannini

Il dio egizio Atum.

Per molte religioni antiche l’universo cominciò con un atto autoerotico: Atum, dio egizio della creazione, generò i primi esseri facendo fuoriuscire il proprio sperma. E questo è uno dei motivi per cui la masturbazione è tabù: l’autosufficienza sessuale è una prerogativa divina. Nell’antichità classica la masturbazione era considerata una pratica naturale. Il filosofo Diogene il Cinico (IV secolo a. C.) si masturbava in pubblico: per lui era un bisogno corporale come un altro. Galeno di Pergamo, medico vissuto nel II secolo d. C., consigliava la masturbazione agli uomini per regolare la produzione dei liquidi corporei e alle donne per risolvere i disturbi nervosi.
La Bibbia, invece, non ne parla: l’onanismo (oggi sinonimo di masturbazione) deriva da Onan, personaggio della Genesi. Ma egli in realtà fu condannato da Dio non per autoerotismo, bensì per coitus interruptus: disperdeva il seme per non aver figli da Tamar, la vedova del fratello, che aveva sposato.  

Il cristianesimo, inizialmente, ha ignorato la masturbazione, limitandosi a inquadrarla come “rammollimento” dell’animo o disordine morale. Fu solo San Tommaso d’Aquino nel 1200, a citarla fra i peccati gravi contro natura (perché non rientra nei rapporti coniugali a scopo procreativo). Ma l’ammonimento non fece breccia: nel 1621, il medico inglese Robert Burton nel suo trattato “L’anatomia della malinconia”, la consigliava alle donne depresse.
La pessima nomea dell’autoerotismo risale infatti al 1700 e non per opera della Chiesa, bensì della medicina. Nel 1712 fu pubblicato in Inghilterra “Onania: ovvero l’odioso peccato dell’autopolluzione e tutte le spaventose conseguenze per entrambi i sessi”: l’autore era un medico, tale John Marten (il libello uscì anonimo), che elencava tutti i presunti danni dell’autoerotismo. Un terrorismo psicologico dettato da motivi d’affari: vendere i rimedi ricostituenti (tabacco da fiuto, erbe fortificanti) per chi se ne sentiva in colpa. Il trattato ebbe grande successo e la campagna contro l’autoerotismo prese avvio. Del resto, nell’Illuminismo la pratica era condannata perché dava sfogo agli istinti a scapito della ragione e favoriva la solitudine alla sana vita sociale. E nuoceva all’economia: toccarsi era uno spreco di forze.

Il mito dei danni fisici causati dalla masturbazione: illustrazioni tratte da “The Sexual System and Its Derangements” di Emery C. Abbey, 1877.

Così nel 1760 uscì “L’onanisme”, del medico svizzero Samuel Tissot, il primo trattato “scientifico” in cui si elencavano i danni causati dalla masturbazione. Il piacere solitario causava la cecità perché con l’eiaculazione si perdeva zinco, oligoelemento che proteggeva l’occhio dalla luce. L’autoerotismo rendeva deboli perché con il seme si disperdeva l’energia vitale. E dato che l’orgasmo è simile a una scarica epilettica, si credeva che la masturbazione causasse l’epilessia. Uno dei massimi oppositori della masturbazione fu l’americano John Harvey Kellogg, classe 1852, fratello del capostipite della dinastia dei cereali. Medico avventista, propugnò l’alimentazione a base di fibre per combattere l’autoerotismo, “crimine abominevole”. Una vera crociata anti masturbatoria, combattuta anche con l’ausilio di orribili cinture di castità e corsetti per impedire “atti impuri”.
All’inizio del 1900 Sigmund Freud pose le basi per una rivoluzione culturale, evidenziando che questo comportamento inizia fin dall’infanzia. E negli anni ‘50 il rapporto Kinsey, negli USa, rilevò che era un comportamento molto diffuso fra gli intervistati. Ma occorse aspettare fino agli anni ‘70, subito dopo la rivoluzione sessuale, per togliere la masturbazione dal banco degli imputati in medicina. Da malattia, è diventata cura con benefici effetti sull’umore, l’apparato sessuale, il sistema immunitario e chi più ne ha più ne metta.

“Il grande masturbatore” di Dalì.

Ma l’autoerotismo era già stato “sdoganato” molto prima dagli artisti.  Nel 1913 il pittore austriaco Gustav Klimt ritrasse diverse donne mentre si carezzavano. “Il grande masturbatore” è un dipinto di Salvador Dalí, eseguito nel 1929 e ha un significato più profondo: descrive l’artista come una persona sola, a contatto costante con la morte e il decadimento, e che si rifugia in un mondo sognante e immaginario che viene equiparato a un costante autoerotismo.

E più tardi è diventato perfino una performance dal vivo: nel 1972, l’artista italo americano Vito Acconci, nascosto sotto il un sottoscala di una galleria d’arte di New York, si masturbava raccontando al pubblico, attraverso un altoparlante, le sue fantasie erotiche. L’opera si intitolava “Il semenzaio”. Nel mondo della canzone italiana, il precursore è stato Lucio Dalla nel brano “Disperato erotico stomp” (1977): “mi son fermato a guardare una stella, sono molto preoccupato, il silenzio m’ingrossava la cappella. Ho fatto le mie scale tre alla volta, mi son steso sul divano, ho chiuso un poco gli occhi, e con dolcezza è partita la mia mano”.

La copertina di “California”.

Poi è arrivata la copertina del primo disco di Gianna NanniniCalifornia” (1979) con la Statua della Libertà che impugnava un vibratore: la canzone principale, “America”, è un inno alla masturbazione, sia maschile che femminile (Per oggi sto con me, mi basto e nessuno mi vede / E allora accarezzo la mia solitudine, / (…) Fammi sognare lei si morde la bocca e si sente l’America/ Fammi volare lui allunga la mano e si tocca l’America. Il brano fece scandalo perché l’autrice era una donna e perché la copertina del disco rendeva il tema più evidente. Un’altra donna ha fatto scalpore più di recente, nel 2007: la cantante britannica Marianne Faithfull nei panni di  “Irina Palm”, film che racconta la storia di una donna che si guadagna da vivere facendo “lavori di mano” in un glory hole.
Ma ancor più eclatante il sito Beautiful agony, lanciato nel 2004: mostra i video di persone che riprendono il proprio volto durante un orgasmo, per lo più mentre si masturbano. Un modo, dicono i fondatori del sito, per concentrare l’attenzione dell’erotismo non tanto sui corpi nudi ma sui volti.

Quei 50 nomi pruriginosi

T-shirt ironica in un pastificio emiliano.

Prima di elencare tutti i nomi dell’autoerotismo, è il caso di spendere due parole sul termine apparentemente più neutro perché usato in ambito scientifico: “masturbare”. Già dal punto di vista sonoro crea disagio. Il termine, infatti significa letteralmente manu turbare”, agitare con la mano, anche se “turbare” evoca sconvolgere, alterare la serenità o l’equilibrio di qualcosa. In questo termine, infatti, si concentra tutta la concezione negativa, moralistica, che vede in questo atto un “turbamento”: innanzitutto del corpo, dato che (come abbiamo ricordato sopra), fu prima di tutto la medicina a mettere all’indice i giochi di mano. Ma poi queste credenze furono fatte proprie dalla mentalità puritana del calvinismo inglese, che vedeva il matrimonio e il sesso solo come finalizzati alla procreazione: in questo contesto l’autoerotismo, un atto solitario finalizzato solo al piacere, non poteva che essere giudicato in modo negativo.
E questa ottica rientra permea anche l’espressione “masturbazione mentale (o intellettuale)”, per designare i pensieri fini a se stessi, infruttuosi.
C’è poi l’altro aspetto, quello ridicolo: molte espressioni sono palesemente ironiche (raspa, sega, pugnetta, pippa, manichetto, smacchinare…) forse per compensare l’imbarazzo di riferirsi a un gesto di sfogo solitario, animalesco e meccanico. Eppure, da un altro punto di vista, potremmo considerare questo atto come un’espressione di  autosufficienza: un bastare a se stessi che soddisfa un impulso naturale. Certo, resta pur sempre un’autosufficienz
a illusoria, un surrogato, un ripiego, essendo il sesso un’attività sociale, uno scambio che arricchisce (se funziona).

E ora vediamo l’elenco dei 50 termini che designano il piacere solitario. La fonte principale è stato il “Dizionario storico del lessico erotico” (Walter Boggione, Giovanni Casalegno, Utet), integrato dal dizionario Treccani e da WIkipedia. Fra questi termini, quasi la metà (44%) sono descrittivi, spesso in modo ironico; e altrettanti (42%) sono allusivi; il 14% sono moralistici e solo il 2% è realmente neutro

Scritta sul muro con risposta ironica.

Da notare che solo 4 espressioni indicano specificamente l’autoerotismo femminile (ditalino, solleticarsi col dito, titillarsi, sgrillettarsi): gli altri sono “unisex” (solitario, accarezzarsi, lavorare di mano) ma la maggior parte descrive l’atto maschile (sega, raspa, pugnetta). Segno della mentalità maschilista che vede nel piacere l’espressione di un più forte istinto e appetito sessuale, anche se con notevole ambivalenza: molte espressioni, come vedremo sotto, connotano questo come un atto di debolezza. Se sei un vero uomo hai una donna per soddisfarti, se invece ti tocchi vuol dire che non ne hai (“sfigato” perché debole, brutto, incapace) o sei insoddisfatto.

Ecco la lista completa dei termini divisi per categorie:

termini allusivi: 21 ♦ 5 contro 1 (= riferimento alle 5 dita e al membro)

♦ aggiustarsi con le mani 

♦ avere il braccio per amico 

♦ bricolage

♦ essere della religione del Manicheo (= riferimento alla mano) 

♦ fare manna palmiera (= produrre manna con il palmo della mano)

♦ levare la berretta (riferimento al gesto del braccio, oppure giro di parole per scappellare, cioè scoprire il glande) 

♦ manichetto  (= riferimento alla mano) 

♦ manichino (= riferimento alla mano) 

♦ menarsi l’agresto (= uva acerba: perdere tempo con qualcosa che non è pronto) 

♦ seminare la mandragola nei boschi (= la sua radice ha forma fallica)

♦ Federica (…la mano amica: il termine personifica la mano con un gioco di parole in rima)

♦ gioco solitario

♦ piacere solitario 

♦ ipsazione (= attività su sè stessi) 

♦ self service 

♦ singolare 

♦ solo, assolo 

♦ solitario 

♦ Venere solitaria 

termini moralistici: 7 ♦ amore artifiziato 

♦ corrompersi 

♦ mastuprarsi 

♦ masturbarsi

♦ mollizia 

♦ onanismo 

♦ vizio (solitario)

termini neutri: 1 ♦ autoerotismo
termini descrittivi: 22 ♦ accarezzarsi

♦ ditalino

♦ fregare

♦ lavorare di mano 

♦ macchinetta 

♦ maneggiare 

♦ manipolarsi 

♦ menare 

♦ menatina 

♦ palmeggiare (maneggiare col palmo della mano)

♦ pippa (dalla forma fallica della pipa)

♦ pugnetta (da pugno)

♦ raspa, raspone (da raspa, lima) 

♦ sbattutina del manico 

♦ scazzellare (sollazzarsi) 

♦ sega (per il movimento ripetitivo)

♦ smacchinare 

♦ solimano 

♦ solleticarsi col dito 

♦ sgrillettare 

♦ titillarsi

♦ toccamento

I MODI DI DIRE: DALLA DEBOLEZZA ALLA MONOTONIA

Celebre titolo di un libro di Giacobbe.

I termini che designano l’autoerotismo possono però avere anche altri significati, tutti negativi:

♦ sega, mezza sega, pippa, segaiolo, pippaiolo: debole, inetto, stupido, di nessun valore, imbranato, incapace, nullità, schiappa, mezza calzetta. uomo poco virile, debole e impacciato, inibito con le donne. Chi si dedica al sesso solitario è oggetto di disprezzo: un disonore per i maschi, ritenuti incapaci di trovare una partner.

♦ sega mentale, pippone, menata, pugnetta: discorso lungo, monotono, ripetitivo, insopportabile, cervellotico, noioso, sterile, inconcludente, infruttuoso. E’ un’allusione alla ripetitività dell’atto sessuale.

♦ poche seghe: basta indugi

♦ fare una sega: essere inferiore (“Pino mi fa una sega”)

♦ una sega: niente (“non mi importa una sega”)

L’espressione “fare sega” nel senso di “bigiare, marinare la scuola” non si riferisce al sesso, bensì all’atto di recidere con un colpo netto la frequenza scolastica. 

Nelle altre lingue: da “strozzare il pollo” a “pettinare la giraffa”

L’attrice Cameron Diaz in posa allusiva col titolo: “Il piacere è tutto mio”.

La ricchezza linguistica di termini per descrivere l’autoerotismo non è un’esclusiva dell’italiano. In tutte le lingue, infatti, sono presenti modi di dire allusivi che sono un capolavoro di creatività molto divertente. Da “stringere la mano al presidente” al cruento “strozzare il pollo”, da “pettinare la giraffa” ad “accarezzare la scimmia”, da “frustare la bestia” a “spettinare il pagliaccio”… Fino a “suonare il fagotto di pelle”. Da notare le metafore poetiche create nelle lingue orientali, come “far volare un aquilone”.
La più universalmente diffusa sembra comunque l’espressione a sfondo matematico “5 contro 1”.
Ecco una lista parziale di espressioni in 18 lingue (chi volesse segnalarne altre nei commenti, è benvenuto).

 

inglese colpire il vescovo (bashing the bishop: riferimento alla sagoma dell’alfiere negli scacchi), sfogliare il fagiolo (flicking the bean), strozzare il pollo (choke the chicken), scuotere la carota (cuffing the carrot), mettere la salsa al taco (saucing the taco), fare eruttare il verme (burping the worm), lucidare il muffing (buffin the muffin), dipingere il sottaceto (painting the pickle), incantare il serpente (charming the cobra), far piangere il calvo (making the bald man cry), stringere la mano al presidente (shaking hands with the president), pulire il corno (to polish the horn), schiaffeggiare il sergente (slapping the sergeant), sbucciare un po’ di peperoncino (Peel some chili’s), staccare la prugna da soli (Pulling the Plum Off Yourself), andare da soli in città (Going to Town on Yourself), strappare la maniglia da soli (Tearing The Handle Off Yourself), nutrire l’asino (feeding the donkey). 

masturbazione femminile: pagaiare la canoa rosa (Paddling the pink canoe), visitare la cassetta di sicurezza (Visiting the safety deposit box) far uscire l’omino dalla barca (Flicking the Little Man Outta The Boat, riferimento al clitoride)

francese scuotersi (se branler), ménage à moi (rapporto a me), toccarsi le tagliatelle (se toucher la nouille), mungere la mucca (traire la vache), lucidarsi il manico (s’astiquer le manche), far piangere gli angeli (faire pleurer les anges), lucidarsi l’anello (s’astiquer le jonc), giocare con la bacchetta magica (jouer avec le baguette magique), battersi la coda (Se taper une queue), pettinare la giraffa (peigner la girafe), soffiare il ciclope (moucher le cyclope), fottersi (s’en foutre)

masturbazione femminile: digitarsi (se doigter), mescolare l’insalata (tourner la salade), manomettersi la pancetta (se trifouiller le lardon), far rotolare la palla (se rouler la bille

portoghese sbucciare la banana (descascar a banana), 5 contro 1 (5 contra 1), giocare a biliardo tascabile (Jogar bilhar de bolso), spettinare il pagliaccio (Descabelar o palhaço)
spagnolo   ballare con Manuela (bailar con Manuela, che sta per “manuale”), tirare il collo all’oca (Jalarle el cuello al ganso), cinque contro il calvo (cinc contra el calvo, in catalano), fare  il fieno (echar paja, Venezuela), svuotare la vena principale (drenar la vena principal, Messico)
tedesco 5 contro Willy (5 vs Willy), soffocare Giorgio (den Jürgen würgen), salutare uno dalla palma (einen von der Palme wedeln), strofinare la carota (die Möhre schrubben), cinque contro uno  (Fünf gegen einen)
svedese dare la cera al salame (Vaxa salamin), impastare la baguette (Knåda baguetten), lucidare la spada di maiale (Putsa fläsksvärdet), suonare il flauto di pelle (Spela på skinnflöjten), nutrire il castoro (Mata köttbävern), cavalcare l’ascensore di pelle (Åka skinnhis), far piangere Gesù bambino (Få jesusbarnet att gråta), giocare a ping pong tascabile (Spela fickpingis), frustare la bestia (Piska besten), trascinare Tarzan (Dra en Tarzan) 
danese battere i ciclopi (At tæve kyklopen)
norvegese  lanciare il salmone (nappe laksen)
finlandese disegnare a mano (vetää käteen), disegnare a secco (vetää kuivat), giocare a biliardo tascabile (pelata taskubiljardia), suonare il fagotto di pelle (soittaa nahkafagottia
rumeno stringere la mano al presidente (a da mana cu presedintele), colpire in testa il muto (ai da-n cap lu ‘mutu
polacco frustare il cavallo (walic konia), guidare col freno a mano (jechac na recznym), colpire un tedesco sull’elmetto (Bic niemca po kasku), giocare a biliardo tascabile (Grac w kieszonkowy bilard)
russo accarezzare la scimmia (Lysogo v kulake gonyat)
hindi la tua mano è Dio (apna haath, jagannath)
turco  tirar fuori il 31 (31 çekmek: la parola “el”, mano si traduce in numero 31)
thailandese far volare un aquilone (Chuck Wow, per i maschi); pescare (Tuk Bet, per le donne)
cinese manovrare l’aeroplano (打飞机), sparare un colpo di pistola (打手枪), piacere privato (私人乐趣), mangiare se stessi (吃你自己)
ebraico portare a mano (להביא ביד )
giapponese  10mila sfregamenti (Shiko Shiko Manzuri, per le donne), mille sfregamenti (Shiko Shiko senzuri, per gli uomini)

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Perché “somaro” è un’offesa? Qui casca l’asino https://www.parolacce.org/2019/11/12/perche-asino-insulto/ https://www.parolacce.org/2019/11/12/perche-asino-insulto/#comments Mon, 11 Nov 2019 23:05:07 +0000 https://www.parolacce.org/?p=16399 I suoi nomi sono 4: asino, somaro, ciuccio (o ciuco) e mulo. Ma nessuno ha un significato positivo, a parte indicare l’Equus africanus asinus, il mammifero che tutti conosciamo. Quei 4 appellativi, se indirizzati agli uomini, indicano infatti gli zotici,… Continue Reading

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Orecchie (autoironiche) da asino in vendita sul Web.

I suoi nomi sono 4: asino, somaro, ciuccio (o ciuco) e mulo. Ma nessuno ha un significato positivo, a parte indicare l’Equus africanus asinus, il mammifero che tutti conosciamo. Quei 4 appellativi, se indirizzati agli uomini, indicano infatti gli zotici, rozzi, maleducati; oppure gli ignoranti, ottusi, incapaci, svogliati nell’apprendere; o, ancora, chi è cocciuto, ostinato, testardo. Insomma, l’asino è diventato un insulto.
Eppure, chi conosce gli asini sa bene che queste caratteristiche negative non gli appartengono: in realtà è un animale intelligente, affettuoso e soprattutto gran lavoratore.
Come si spiega, allora, la sua pessima fama? Perché si è deciso di attribuire all’asino una scarsa intelligenza e comportamenti tanto riprovevoli?

In tutte le epoche. E in tutte le lingue

“Asini”, film di Antonello Grimaldi (1999).

L’usanza è antichissima: il termine “asino” era usato già come insulto non solo da Dante (Convivio: “Chi da la ragione si parte, e usa pur la parte sensitive, non vive uomo, ma vive bestia… “Asino vive”), e Boccaccio (Decameron: “Asino fastidioso ed ebraico che tu dèi essere!”), ma anche dal latino Marco Tullio Cicerone, che insultò Lucio Calpurnio Pisone dicendogli: “Perché ora, asino, dovrei insegnarti la letteratura?”.
La parola “mulo”, poi, significa anche incrocio, bastardo: il termine “mulatto” deriva proprio dal mulo, generato dall’accoppiamento fra una cavalla e un asino. Un razzismo sottile: si paragona l’incrocio fra un nero e un bianco a quello fra due animali di specie diverse.
Il frutto dell’incrocio fra un cavallo e un’asina, invece, si chiama bardotto: ma solo il mulo è diventato un insulto, forse per un implicito disprezzo maschilista verso la cavalla che si è “abbassata” a congiungersi con un mulo.

Pinocchio si trasforma in somaro.

Collodi, in “Pinocchio”, ha eletto il somaro a simbolo dell’ignoranza: dopo aver passato 5 mesi a giocare invece di andare a scuola, Pinocchio si trasforma in asino perché “tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giuochi e in divertimenti, debbono finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari”.
Eppure, chi ha visto un vero asino, sa bene che sono in realtà infaticabili lavoratori. Del resto, “somaro” deriva da “soma”, peso; e “muletto” indica anche un carrello a motore per sollevare carichi pesanti.

Ma non è tutto. La pessima nomea di questo animale ha contagiato infatti non solo l’italiano, ma anche  molte altre lingue: “somaro” è un insulto anche in inglese (donkey, jackass), tedesco (esel), spagnolo e portoghese (asno, burro), francese (âne)  e russo (osel).

Il logo dei democratici Usa.

Ma a volte l’asino può diventare un simbolo positivo. E’ il caso dei democratici negli Usa, rappresentati proprio da un asino. L’usanza ha quasi 2 secoli: risale ad Andrew Jackson, che nella campagna elettorale del 1828 usò come simbolo l’asino. Un gesto d’orgoglio verso gli avversari che lo avevano soprannominato, storpiandogli il cognome, “Jackass” (somaro, ignorante): Jackson, per tutta risposta, scelse proprio l’asino come simbolo del partito, per rappresentare il popolo che lavora e soffre ma non si arrende.

Dunque, la domanda si impone in modo ancora più forte: “Come ha fatto a resistere così a lungo il cliché della stupidità, pur essendo palesemente falso?”, si chiede Jutta Person nel libro “L’asino” (Marsilio).
Ho deciso di indagare. Per capire come mai l’asino è diventato un somaro. E conoscere meglio un animale che merita rispetto, come ho già fatto con altri animali linguisticamente disprezzati: il cane, il maiale, il topo (e altri animali, vedi i link in fondo a questo articolo). Ovvero i più vicini compagni della nostra vita quotidiana.

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UNA MACCHINA PERFETTA

Per capire com’è davvero l’asino, basta ricordare la sua storia e la sua etologia. L’asino è stato addomesticato per la prima volta fra 5 e 7mila anni fa nell’Africa nord-orientale (Eritrea, Somalia, Egitto). Fu allevato con cura perché resisteva alla fatica, era forte, e costava poco mantenerlo: mangia meno di un cavallo. Insomma, una macchina perfetta, capace di resistere alle fatiche e agli ambienti più ostili.
Per capire il suo comportamento, bisogna ricordare da dove viene: le regioni aride, montuose e sassose ai margini del deserto. Così riesce a muoversi in modo agile nelle zone più impervie. Tanto che in caso di pericolo, mentre un cavallo tende a fuggire, l’asino rimane immobile e non si sposta nemmeno se trascinato o picchiato. E fa bene, perché correre su un suolo roccioso significherebbe azzopparsi. Negli zoccoli, tra l’altro, l’asino ha un’alta sensibilità tattile, per riconoscere le asperità del terreno.
Ma il suo atteggiamento guardingo è stato frainteso come indecisione: da qui la leggenda dell’asino di Buridano (indeciso fra due mucchi di paglia posti a uguale distanza, non riesce a decidersi e muore di fame).
Gli asini originari vivevano in piccoli gruppi. L’udito acuto e la vocalizzazione potente gli servono per ascoltare i pericoli e avvisare gli altri. La sua lentezza e i suoi sensi sviluppati lo portano ad affrontare un evento inatteso non con la fuga, ma cercando di capire come affrontarlo.
Le orecchie dell’asino sono particolarmente lunghe perché adatte a disperdere calore in un clima desertico. La pelle d’asino è usata come tamburo: è coriacea, ed è dotata di un tessuto adiposo (su collo, dorso e groppa) che funziona da riserva idrica, come per i cammelli.
Le sue labbra sono grosse e molto pronunciate: sono molto sensibili per la ricerca del cibo. Anche l’olfatto è molto sviluppato: pare sia uno degli erbivori capaci di riconoscere il maggior numero di aromi.
Gli occhi hanno un campo visivo molto ampio e con buona vista notturna.
Che dire della sua intelligenza (ammesso che sia corretto attribuire un canone umano a un animale)? Di certo ha una memoria eccellente: quello che ha sperimentato una volta, non lo dimentica più. Ed è curioso, esplora l’ambiente anche da solo. Ed è generoso nell’approcciarsi con chi si avvicina a lui nel modo giusto. Non è pauroso, è indipendente. Ecco perché nell’antichità, l’asino era considerato una ricchezza.

Un “mostro” mite, superdotato e schiavizzato

Dunque, un animale con doti eccezionali. Da dove salta fuori, allora, la sua pessima fama? Da 4 sue caratteristiche che hanno gettato un’ombra sulla sua immagine:

  1. L’uomo-asino in una delle tavole di Giambattista Della Porta.

    IL SUO ASPETTO FISICO: nell’antichità, gli animali erano stati visti come modelli di determinate caratteristiche umane. Leoni, pantere, cinghiali erano utilizzati come simboli per definire il carattere (coraggioso, codardo, sfacciato…) degli uomini, nella convinzione che ci fosse un collegamento fra la forma del corpo e l’anima. Nel 300 a.C., infatti, lo Pseudo Aristotele scrisse la “Physiognomonica”, un trattato nel quale diversi animali rappresentavano  determinati tipi di uomini: l’asino, in particolare, rappresenta l’ottusità, la stupidità e l’indolenza. Colpa dei suoi occhi sporgenti (segno di stupidità), della fronte curva (ottusità), delle labbra grosse (scarsa intelligenza) e delle orecchie grandi (timorosità). E questi stereotipi sono sopravvissuti per secoli: erano ancora ben presenti nella “De humana physiognomonia” di Giambattista Della Porta (1586).

  2. LA SUA SESSUALITA’: l’asino è un superdotato, essendo dotato di un pene enorme. In più ha rapporti più frequenti e aggressivi rispetto ai cavalli. Ecco perché in due racconti latini, le “Metamorfosi” di Apuleio (2° secolo d.C.) e “Lucio o l’asino” dello Pseudo-Luciano, il protagonista si trasforma in asino, e ha rapporti con una donna che ne apprezza le doti. Ma l’aspetto erotico dell’asino ha suscitato, soprattutto dal Medioevo, un’ondata di repulsione e diffidenza, facendo catalogare l’asino fra gli esseri mostruosi e demoniaci, o comunque da censurare. E in realtà potrebbe aver giocato, in questo disprezzo, anche una “invidia del pene” (termine preso a prestito dalla psicanalisi) nei confronti delle sue doti erotiche.
  3. LA SUA VOCE, SGRADEVOLE E SPAVENTOSA: come abbiamo visto sopra, con il suo verso l’asino riesce a segnalare i pericolo al proprio gruppo, anche se è lontano. Ma il raglio dell’asino è molto sgradevole per le orecchie umane, tanto che è diventato l’emblema di chi è ignorante: “raglio d’asino non sale al cielo”, dice il proverbio. Ovvero, chi è intelligente non dà ascolto alle chiacchiere delle persone sciocche.
  4. I SUOI OCCHI: pur avendo un’ottima vista l’asino non riesce a guardare in alto: questo fatto potrebbe aver indotto, nel Medioevo, a considerare l’asino un animale rivolto alla terra piuttosto che al cielo e alla spiritualità.
  5. LA SUA MITEZZA: l’asino è molto servizievole. Dato che si lascia fare di tutto, viene sfruttato e deriso come passivo e indeciso. Gli erbivori più miti sono stati sempre considerati imbecilli: il filosofo Friedrich Nietzsche lo disprezza come bestia da soma che si carica di ogni peso, dice sempre di sì e tiene gli occhi bassi.
  6. LA SUA IMMOBILITA’: dato che in alcune circostanze (soprattutto di pericolo, vero o presunto) l’asino rimane immobile questo è stato interpretato come testardaggine e ostinazione (“sei un mulo”) e stupidità, incapacità di imparare, ottusità.

Un amico forte e pacifico

Dunque, un animale dal valore simbolico molto ricco. E non solo in negativo: nell’Antico Testamento, era considerato una ricchezza (nei 10 comandamenti l’asino è incluso fra “la roba d’altri” con moglie, schiavi e buoi). E nel racconto biblico dedicato all’indovino Balaam (Numeri, 22, 28-31), fu un’asina ad accorgersi della presenza di un angelo, avvisandolo.

Gesù a Gerusalemme su un asino (Hippolyte Flandrin, 1848).

E anche nel Nuovo Testamento l’asino ha un ruolo di primo piano: era nella grotta della natività insieme al bue, fu usato da Giuseppe e Maria per la fuga in Egitto, e soprattutto per l’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Una scelta simbolica molto forte, per caratterizzare il Messia come un re umile, che non ha bisogno di un destriero da battaglia. Gesù, insomma, somiglia al quadrupede che cavalca: umile e servizievole, mite, pacifico, si lascia picchiare senza opporre resistenza, pur essendo forte. Un racconto così suggestivo che fino a tutto il Medioevo, si celebravano messe in cui il sacerdote entrava in chiesa a dorso d’asino, mentre l’assemblea ragliava.
Poi c’è Sancho Panza che va in giro con l’asino, l’asino d’oro dei fratelli Grimm (al suono della parola magica lascia cadere monete d’oro dietro di sè). Nella “Fattoria degli animali” George Orwell crea il personaggio di Benjamin Beniamino, un asino scettico e intelligente, assai più sveglio della maggior parte dei suoi compagni. L’ultimo asino della fantasia è Ciuchino, che dal 2001 appare nei cartoni animati di Shrek: è un gran chiacchierone, ama cantare e ballare, ed è molto intelligente , anche se piuttosto fifone.

Uno status symbol (in negativo)

Un editore controcorrente, Edizioni dell’asino: dà attenzione alle minoranze.

Dunque, l’asino è in realtà un animale ambivalente, su cui l’uomo ha proiettato lodi e offese. Questo animale è visto benefico o demoniaco, potente o umile, sapiente o ignorante. Anche se, alla fine, ha prevalso l’immagine negativa. Perché? Nel libro “Asino caro” (Bompiani) Roberto Finzi dice che la ragione è socio-economica: il somaro è disprezzato perché simbolo delle persone povere e contadine, che non possono permettersi mezzi di trasporto più prestigiosi (dal cavallo in su).
Tant’è vero che per dire che una persona è scesa nella scala sociale, oltre al detto “dalle stelle alle stalle” c’è anche “ab equis ad asinos”, dai cavalli agli asini. Insomma, alla fine l’asino come insulto è il riflesso del disprezzo sociale per chi è povero e umile.

 

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51 modi creativi di mandare a quel paese. In tutte le lingue https://www.parolacce.org/2017/07/25/maledizioni-modi-di-dire/ https://www.parolacce.org/2017/07/25/maledizioni-modi-di-dire/#comments Mon, 24 Jul 2017 22:21:25 +0000 https://www.parolacce.org/?p=12522 “Ti hanno mai mandato a quel paese? Sapessi quanta gente che ci sta…”. Così cantava Alberto Sordi, attore celebre – tra l’altro – per il gesto dell’ombrello fatto a un gruppo di operai nel film “I vitelloni” di Fellini: anche questo… Continue Reading

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Massimo Boldi mentre sfancula (dal film “Tifosi”).

“Ti hanno mai mandato a quel paese? Sapessi quanta gente che ci sta…”. Così cantava Alberto Sordi, attore celebre – tra l’altro – per il gesto dell’ombrello fatto a un gruppo di operai nel film “I vitelloni” di Fellini: anche questo è un modo di mandare a quel paese…
In questo articolo parlo di queste espressioni, tanto usate quanto poco conosciute: pochi sanno, infatti, che hanno una storia millenaria, perché derivano da antichi riti magici, i malefici. Sono l’equivalente linguistico del malocchio. Ed è per questo che sono presenti in tutte le lingue: più sotto (nei riquadri azzurri) ne elenco 51, in 12 lingue e 5 dialetti. Questo lungo elenco mostra quanto l’uomo può essere crudele, creativo e anche divertente  persino nei momenti di rabbia: quando si tratta di sfanculare, la fantasia umana non conosce limiti di immaginazione, a ogni latitudine.
Le maledizioni – questo il nome tecnico di questo genere di espressioni – come tutte le parolacce non sono semplici parole: sono azioni (atti linguistici come diceva il linguista John Austin), tanto che spesso le accompagniamo con gesti delle mani e delle braccia (come raccontavo qui, elencando i gestacci più usati in Italia). Ma quali azioni facciamo con queste parole?

Come funzionano le maledizioni

Tipica maledizione veneta (la spiego nel riquadro delle situazioni imbarazzanti; da memegen.it).

Le maledizioni non si limitano a sfogare la rabbia, come le imprecazioni (porca vacca!). E non ledono l’autostima e l’immagine di una persona, come gli insulti (stronzo!).
Per capire come funzionano le maledizioni, facciamo un esempio: “va all’inferno!”. Dicendo questa frase, facciamo due azioni: cacciamo via una persona, e la mettiamo (a livello immaginario) in una situazione sgradevole o dolorosa (la morte e la dannazione eterna). Le maledizioni, infatti, sono l’esatto contrario degli auguri (buona Pasqua) o delle benedizioni (che tu possa essere felice): mentre con questi si immagina un futuro piacevole per un’altra persona, con le maledizioni si prefigura una cattiva sorte. Insomma, si augura al massimo livello “buona sfortuna”. 
Queste espressioni infatti sono un modo non solo per allontanare qualcuno, ma esprimono anche un desiderio di vendetta: “tu mi hai fatto soffrire? Vattene via, e prova anche tu qualcosa di brutto”. Anche solo a livello mentale, immaginando una situazione spiacevole.
La maledizione, dunque si basa su una mentalità magica, per la quale la parola e l’immaginazione hanno il potere di influenzare la realtà. Queste espressioni, infatti, si basano sulla fede che l’augurio (negativo) indirizzato a qualcuno si realizzi davvero. Dunque, parlare equivale a fare un sortilegio, un incantesimo, un malocchio: è una forza ostile che si può indirizzare a qualcuno per sopraffarlo.


In questo esercizio di immaginazione, ci sono infinite varianti. Nei riquadri qui sotto ho riunito 51 maledizioni, non solo in italiano ma anche in diversi dialetti (romanesco, veneto, napoletano, milanese, siciliano) e in varie lingue del mondo (inglese, francese, portoghese, arabo, cinese, norvegese, olandese, russo…) e li ho aggregati per tipo: si va dalle maledizioni più “pulp” e crudeli (persino dopo la morte e contro i defunti) a quelle bonarie. Molti di questi modi di dire evocano immagini terribili, altre prospettano situazioni assurde: è un viaggio nelle fantasie più creative e divertenti. Si augurano non solo morte, malattie e dolori fisici (una specie di contrappasso dantesco), ma anche di restare impegnati in attività senza senso: raddrizzare le banane, mungere tori, pettinare le oche…
Insomma, leggendo queste espressioni potete arricchire la vostra tavolozza espressiva a seconda del gusto e della situazione. Ma ne esistono molte altre ancora: alcune le trovate nel mio libro, altre, se volete, potete segnalarle nei commenti a questo post.

[ clicca sui + per aprire i riquadri ]

VIOLENZE SESSUALI
  1. VAFFANCULO (su questa celebre espressione trovate un approfondimento sulla sua origine qui), VAI A FARTI FOTTERE. Significa augurare una sodomizzazione, e ha  espressioni equivalenti in molte lingue, a dimostrazione che le metafore sessuali sono molto usate per esprimere emozioni forti: inglese (fuck off), francese (Va te faire foutre/enculer), spagnolo (vete a tomar por culo), brasiliano (vai tomar no cu), ungherese (baszon meg)

    Alberto Sordi fa il gesto dell’ombrello (dal film “I vitelloni”).

  2. FOTTITI. Che cosa vuol dire questa espressione? Potrebbe essere un invito alla masturbazione, ma secondo lo psicologo Steven Pinker, almeno in inglese (fuck you) potrebbe essere una contrazione di “God fuck you“, che Dio ti fotta. Ha anche un equivalente in tedesco (fick dich).
  3. VÀ A DÀ VIA I CIAP / VA A DÀ VIA IL CÙ (milanese) = vai a dare via le chiappe/il culo.
  4. VATTELA A PIJÀ ‘NDER CULO (DE RETROMARCIA) (romanesco) = vattela a prendere in culo (in retromarcia). Ha un equivalente in portoghese (Pau no cu, cioè cazzo in culo) e in ungherese (Baszon meg, possa qualcuno fotterti).
  5. ‘NCULO A SORETA/A MAMMETA (napoletano) = in culo a tua sorella/mamma; VAFFANCULO A MAMMETA E ‘NTA A FESSA E SORETA (napoletano) = vaffanculo a tua mamma e dentro la vulva di tua sorella. Offendere madri e sorelle, prefigurando che siano sodomizzate: tutte fantasie difficili da sopportare. Equivalente, ma iperbolica, la maledizione araba MILLE CAZZI NELLA FIGA DI TUA MADRE (Aleph Aeer Eb Koos Omak)
  6. VA’ A FOTTERE TUA MADRE: maledizione incestuosa in arabo (Kis em ick).
  7. UN CAZZO DI CAVALLO NEL TUO CULO: è un’espressione ungherese (Lofasz a segedbe). Avete presente le dimensioni?
  8. VAFAMMOCC A CHI T’È MUORT (napoletano) = vai a fare un bocchino a chi ti è morto. Terribile profanazione dei defunti!
  9. METTI LA TUA TESTA NELLA FIGA DI UNA MUCCA E ASPETTA FINCHÉ ARRIVA UN TORO A INCULARTI: lunghissima maledizione dal Sud Africa (Sit jou kop is die koei se kont en wag tot die bul jou kom holnaai)
VIOLENZE FISICHE, MALATTIE E ALTRI DANNI
  1. VAI ALLA MALORA = rovina. Ha un equivalente in messicano (mandar a alguien a la chingada, cioè mandare qualcuno a puttane).
  2. CHE DIO TI FULMINI / STRAFULMINI: ha origine dalla credenza dei pagani in Giove pluvio che lanciava fulmini sulla Terra.

    “Che Dio vi fulmini” (in romanesco): striscione allo stadio.

  3. CHE DIO TI MALEDICA / CHE TU SIA MALEDETTO. Si augura un destino rovinoso a una persona, per volontà di Dio stesso. Ha espressioni equivalenti in inglese (God damn you) e in arabo (Allah Yela’ an).
  4. CHE TE POSSINO CECATTE (romanesco) = accecarti. Si augura una grave e permanente menomazione fisica
  5. ACCIDENTI = che ti venga un accidente. Ha un equivalente in ungherese (A pokolba vele).
  6. MANNAGGIA = mal n’aggia, che tu abbia male
  7. VA GHETTA SANGU (siciliano) = vai a buttare sangue, ovvero che tu abbia una morte violenta per dissanguamento.
  8. VAI A GIOCARE A MOSCA CIECA IN AUTOSTRADA / SUI TETTI = vai a fare un’attività pericolosa dalla quale difficilmente uscirai vivo o incolume.
  9. VA A ONGES (milanese) = vai a ungerti. Si basa sulla credenza antica che la peste si prendesse a causa di misteriosi unguenti malefici che i malvagi spargevano sulle porte, sui muri, sulle cose
  10. CHE TI VENGA UN CANCRO: è una delle espressioni che nel volgarometro, un sondaggio fra i navigatori di questo blog, è risultata fra le più offensive in italiano.
  11. CHE TI VENGA UN COLPO: è una maledizione in tedesco (Den soll der schlag treffen).
  12. CHE TI VENGA IL COLERA: è un antico modo di dire olandese (krijg de keleren), retaggio di quando la malattia era diffusa.
  13. CHE TI VENGA UN’INFEZIONE ALL’UCCELLO: pesante maledizione araba (waj ab zibik), che probabilmente si riferisce alla gonorrea. Del resto ancora oggi in siciliano c’è l’esclamazione “Che camurria!” (= che seccatura) che deriva proprio dal termine gonorrea.  
MORTE E OLTRETOMBA
    1. La più celebre maledizione romanesca in versione inglese.

      VAI A QUEL PAESE / IN QUEL POSTO (= nell’aldilà, al cimitero= muori): è un modo eufemistico di augurare la morte a qualcuno. L’attore Alberto Sordi ha interpretato questo modo di dire in una celebre canzone ironica  “E va e va” (Te c’hanno mai mannato a quel paese, sapessi quanta gente che ce sta”)

    2. VAI AL DIAVOLO / ALL’INFERNO. Per chi crede nell’aldilà, si augura il tormento eterno nella vita ultraterrena. Ha espressioni equivalenti in olandese (Loop naar de hel), tedesco (hol’ dich der teufel), ungherese (Az ordog vigye).
    3. CHE IL DIAVOLO TI PRENDA. Anche questa frase fa leva sulla credenza nei diavoli e nell’inferno. Ha equivalenti anche in francese (Que le diable t’emporte), portoghese (Que o capeta carregue), danese (Fanden ta).
    4. VÀ A MORÌ AMMAZZATO (romanesco): vai a morire ammazzato.
    5. CHE TE POSSINO AMMAZZATTE (romanesco) = che possano ammazzarti. Può essere sintetizzato, in modo eufemistico, in “Te possino”.
    6. CREPA!  Dare l’ordine di morire è un assurdo, in realtà questo imperativo è in realtà un augurio (che tu possa crepare). In napoletano, infatti, si dice “Puozze schiattà”.
    7. CHE POSSA MORIRE TUTTA LA TUA FAMIGLIA: è una maledizione cinese (Hahm gaa chàan) e prefigura un’ecatombe familiare.
    8. LI MORTACCI TUA (romanesco) = i tuoi spregevoli defunti: la frase potrebbe essere una contrazione di “siano maledetti i tuoi spregevoli defunti”. Ha un equivalente in napoletano: “All’anm e chi t’è muort”, all’anima di chi ti è morto (abbreviato anche in “Chi te mmuort”) e in in arabo (Yin’al mayteen ehlak, siano maledetti i tuoi antenati).
    9. SPARATI! In questo caso, è davvero un ordine.
SITUAZIONI IMBARAZZANTI / RIDICOLE / ASSURDE
  1. CAGATI IN MANO E PRENDITI A SCHIAFFI: è un modo visionario di smerdare qualcuno.
  2. VAI IN MONA (veneto) = mona è la vulva: il detto significa quindi letteralmente “torna da dove sei venuto”, a cui si aggiunge lo sgradevole pensiero della vulva della propria madre.
  3. VAI A PETTINARE LE BAMBOLE / LE OCHE = a fare un’attività inutile e noiosa
  4. VA A CAGARE (SULLE ORTICHE) / VA A CAGHER (bolognese). A questa espressione ho dedicato un approfondimento qui. Il contatto con gli escrementi ha ispirato anche lingue, come lo spagnolo (vete a la mierda, vattene alla merda) e l’arabo (Khara alaik, che ci sia merda su di te).

    Versione goliardica (in bolognese) di “Keep calm”.

  5. VÀ SCUÀ L MAR CUN VERT L’UMBRELA (milanese)  = Vai a spazzare il mare con l’ombrello aperto. Impresa assurda e inutile, come le successive.
  6. VA A SCUÀ IN DUÈ CHE L’È NETT  (milanese) = Vai a scopare dove è pulito. Assurdo e inutile.
  7. VÀ SCUÀ L MAR CUN LA FURCHÈTA (milanese) = Vai a spazzare il mare con la forchetta. Provateci!
  8. VÀ A BAGG A SONÀ L’ORGAN (milanese) = vai a Baggio a suonare l’organo: nel quartiere milanese di Baggio c’è, in una piccola cappella votiva, un dipinto che rappresenta un organo, quindi si invita a fare una cosa impossibile.
  9. VÀ A MUNG AL TOR!  (milanese)  =  Vai a mungere il toro. Impresa non solo impossibile ma anche pericolosa.
  10. VÀ A TASTÀ I GAIJN  (milanese) =  Vai a tastare le galline. Impresa assurda oltre che difficile.
  11. VÀ A ‘DRISÀA I BANAN  (milanese)  = Vai a raddrizzare le banane. Impossibile correggere la natura! Almeno a mani nude…
  12. CHE POSSA CRESCERTI UN CAZZO IN FRONTE: immaginifica maledizione in russo (stoby u nego xuy na lbu vyros).
  13. UN MIGLIAIO DI CAZZI NELLA TUA RELIGIONE: maledizione araba (Elif air ‘ab tizak). La guerra santa si fa anche a colpi di maledizioni a sfondo sessuale.
  14. VAI A SCIARE IN UNA FIGA: maledizione finlandese (suksi vittuun). Evoca una situazione impossibile, per quanto interessante…  

MALEDIZIONI BONARIE
  1. Jean-Luc Picard (personaggio di Star Trek) con la maledizione bonaria in milanese (da memegen.it).

    VAI A FARTI BENEDIRE: una benedizione come maledizione… Sembra una contraddizione, ma è un modo per augurare la morte o un esorcismo.

  2. VAI A FARTI FRIGGERE: straordinaria fantasia culinaria!
  3. ATTACCATI AL TRAM: un tempo i tram avevano delle sporgenze esterne, utilizzabili come maniglie, che venivano utilizzate dai ritardatari che si “attaccavano” al tram in corsa. Questo valeva anche per tutti quelli che volevano viaggiare gratis
  4. VAI A RANARE (milanese) = vai a prendere le rane, compito non facile visto che saltano.
  5. VÀ A CIAPÀ I RATT (milanese) = Vai ad acchiappare i topi, impresa ancor più difficile a mani nude.
  6. VAI DOVE CRESCE IL PEPE: espressione norvegese (Dra dit pepper’ngror), è un modo per scacciare qualcuno lontano, visto che la pianta è di origine orientale.

Una storia millenaria

Come avrete notato, c’è una sorprendente corrispondenza fra i modi di dire di lingue anche lontane. Perché, come dicevo all’inizio, le maledizioni hanno una lunghissima storia. Un tempo, infatti, le maledizioni erano formule che si inserivano in un rito preciso. Gli antichi Greci (come anche gli ebrei, gli egizi e tutte le culture antiche) prendevano un’unghia o un capello del nemico, pronunciavano su di esso una formula di maledizione (“possa tu soffrire le pene più dolorose…”) e poi lo bruciavano o lo gettavano in un pozzo o in un fiume, con una tavoletta su cui era incisa la maledizione. Nella formula erano citati, con un crescendo meticoloso, tutti gli organi del nemico fino alla sua anima.

Il calciatore brasiliano Romario sembra mandare qualcuno a quel paese.

Lo storico inglese William Sherwood Fox spiega questo rito con una metafora postale: la tavoletta su cui era incisa la maledizione era la lettera; il pozzo, la buca per lettere; gli spiriti dei trapassati erano i postini; gli dèi degli inferi i destinatari; la formula di accompagnamento era il francobollo di posta prioritaria.
Centinaia di queste tavolette sono state ritrovate dagli archeologi: come ha scritto Sigmund Freud, “è una bella fortuna che tutti questi desideri non posseggano l’efficacia che gli uomini preistorici attribuivano loro, giacché altrimenti sotto il fuoco incrociato delle maledizioni reciproche l’intera umanità sarebbe già da gran tempo andata distrutta».
Un esempio – molto divertente – di maledizione all’antica è questo numero di cabaret di Antonio Albanese, qui nei panni del siciliano Alex Drastico, un tipo molto incazzoso. Ecco la sequela di disgrazie che Drastico augura al ladro che gli ha rubato il motorino (dal minuto 1:50): “Che si spenga in una notte tutta buia, mentre incrocia un grosso tir guidato da un camionista ubriaco, morto di sonno e per di più inglese, e che per questo tiene la sinistra….”

Mentalità superstiziosa

Le maledizioni, dunque, appartengono al regno dell’immaginazione: sono profezie rivolte al futuro, e si basano sull’effetto nocebo (il contrario del placebo): costringono il destinatario a fare un pensiero sgradevole, spingendolo ad avere aspettative negative sul proprio destino. E a volte ci si suggestiona al punto da fare davvero andar male le cose.
La nostra lingua (e molte altre, come abbiamo visto) sono piene di queste espressioni, che a volte non sono immediatamente riconoscibii: l’espressione “accidenti” è la contrazione di “che ti venga un accidenti”, “mannaggia” è la contrazione di “mal n’aggia”, cioè abbia male.

Mandare qualcuno a quel paese è come fargli un rito vudu (foto Shutterstock).

Del resto, nonostante ci professiamo razionali, viviamo ancora di superstizioni, anche in senso positivo.
per esempio, dire “buon mattino” significa indurre un’aspettativa positiva, soprattutto all’inizio della giornata, dato che fin dai tempi antichi si credeva che le prime ore del giorno fossero determinanti per il resto della giornata. E lo stesso valore hanno anche le espressioni “in bocca al lupo”, “buona fortuna“, “in culo alla balena“, etc.
La nostra letteratura è piena di maledizioni: basti dire che nella Bibbia (Genesi, 3:14-19) è Dio stesso a maledire il serpente che tentò Adamo ed Eva (“Poiché hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame, sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita…”).
Volete approfondire? Trovate molti altri esempi e citazioni letterarie nel mio
libro.

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Che palle!!! Come i santissimi diventarono coglioni https://www.parolacce.org/2008/06/21/che-palle-come-i-santissimi-diventarono-coglioni/ https://www.parolacce.org/2008/06/21/che-palle-come-i-santissimi-diventarono-coglioni/#respond Sat, 21 Jun 2008 16:28:00 +0000 https://www.parolacce.org/?p=39 Solo in italiano hanno 101 sinonimi: da ammennicoli a zebedei. Hanno ispirato poesie, insulti, polemiche politiche, modi di dire. Siete stupiti che due ghiandole pendenti possano avere tutta questa importanza? Fatevene una ragione: sono organi importantissimi. Producono gli spermatozoi e l’ormone… Continue Reading

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Campagna pubblicitaria Ikea 2005: fu censurata. Solo in italiano hanno 101 sinonimi: da ammennicoli a zebedei. Hanno ispirato poesie, insulti, polemiche politiche, modi di dire. Siete stupiti che due ghiandole pendenti possano avere tutta questa importanza? Fatevene una ragione: sono organi importantissimi. Producono gli spermatozoi e l’ormone testosterone, e perciò sono responsabili della capacità riproduttiva dell’uomo, oltre che della comparsa dei caratteri secondari maschili (peli, voce, massa muscolare). E scusate se è poco!!!
La loro importanza fu intuita fin dagli antichi, che li considerarono un attributo sacro: un atteggiamento molto più saggio di quanto facciamo oggi, quando usiamo il termine “coglionata” per qualificare una stupidaggine o una cosa senza valore. Ma come si è passati da una prospettiva così alta a una così riduttiva? E come fanno i testicoli a essere un jolly linguistico tanto ricco ed efficace?

Attributi divini

Partiamo dalle origini. Nelle civiltà più antiche, come quella babilonese ed egizia, gli attribuiti sessuali erano considerati sacri, un attributo divino. Come dar loro torto? Grazie agli organi genitali l’uomo può assicurarsi una discendenza, trasmettendo i propri geni e assicurandosi, in un certo senso, l’immortalità. Ecco perché erano tenuti nel massimo rispetto, tanto che i giuramenti solenni si facevano ponendo le mani su di loro. Potete trovare una traccia di questa usanza anche nella Bibbia, in Genesi 24:2, quando Abramo impone al suo servo più fidato di non far sposare suo figlio a una Cananea, chiedendoli di giurare “ponendo una mano sotto la sua coscia”: nella Bibbia, coscia è un eufemismo per i testicoli, che non a caso significano “piccoli testimoni” (di un giuramento). Da questa prospettiva sacrale si può capire perché queste ghiandole siano chiamate santissimi, gioielli di famiglia, zebedei (dall’ebraico, “dono di Jahveh”, cioè di Dio).

Antica Grecia: statua per culti fallici.

Antica Grecia: statua per culti fallici.

Non deve stupire, quindi, se ancora nel 1500 il poeta Antonfrancesco Grazzini dedicò loro un sonetto:  “In lode dei Coglioni idest Granelli”:

Questi nostri poeti cicaloni
possono andare a lor posta al bordello,
poi ch’a me tocca lodare i coglioni. (…)
Orsù, coglioni miei, fatevi avanti,
ché di lodarvi ho più spasso e piacere
ch’al sol di verno lung’Arno i furfanti.

(Il testo integrale è qui).

La loro importanza, comunque, è testimoniata da diversi modi di dire non religiosi: “avere le palle”, “avere due palle così”, “avere i coglioni quadrati”, “tenere qualcuno per le palle” (espressione nota già ai Latini: la usò Gaio Petronio nel “Satyricon”). Come fonte di forza e potenza, i testicoli hanno anche una funzione apotropaica: toccandoli, si scacciano gli influssi maligni (“mi tocco le balle”). Al contrario, una persona senza iniziativa e vitalità è detto “scoglionato”; e chi si frega con le proprie mani si “taglia i coglioni”.

Talloni d’Achille

Milano, Galleria Vittorio Emanuele. I testicoli del toro nello stemma di Torino sono consumati: ruotarvi sopra il tacco è considerato un rito porta fortuna.

Milano, Galleria Vittorio Emanuele. I testicoli del toro nello stemma di Torino sono consumati: ruotarvi sopra il tacco è considerato un rito porta fortuna.

Pur essendo simboli di forza e virilità, i testicoli sono la parte più delicata dell’uomo, il suo vero… tallone d’Achille. Ecco perché i testicoli sono usati anche per esprimere fragilità e sensibilità: “rompere i coglioni”, “levarsi dai coglioni”, “scassaballe”, “stare sulle balle”, “averne piene le palle” (riferimento al fastidio causato dalla maturazione degli spermatozoi non eiaculati), “palloso”, “mi girano le palle” (la torsione del testicolo esiste davvero ed è una patologia urologica grave e dolorosa).
In una prospettiva più banale, però, i testicoli sono stati denominati solo in base alla forma e all’aspetto (marroni, fagioli, palle, ciondoloni, contrappesi, cugini, ghiande, prugne, uova). E in una visione riduttiva e meccanicista dell’atto sessuale, sono stati qualificati anche come buffi accessori: già nel 1500 il poeta Pietro Aretino nei “Sonetti lussuriosi” scriveva: non mi tener della potta anche i coglioni, / d’ogni piacer fortuni testimoni. Così i testicoli, originariamente testimoni dei solenni giuramenti, si sono trasformati in penzolanti guardoni dell’atto sessuale, in confronto all’attività e potenza del fallo. Ovvero: cose inutili, (apparentemente) senza vita e valore.
Così “coglione” qualifica una persona stupida. Nel 1582 il filosofo Giordano Bruno scriveva questo insulto nel “Candelaio”: “
Un eteroclito babbuino, un natural coglione, un moral menchione, una bestia tropologica, un asino anagogico!”. L’italiano è l’unica lingua romanza a usare il testicolo come metafora insultante.

Ma “palla” significa anche frottola, bugia: come si è arrivati a questo significato? Probabilmente da “balla” intesa come quantità di merci messe insieme e avvolte: un’immagine per esprimere una quantità di bugie preconfezionate; oppure un riferimento a “balla” intesa come vescica sferica inconsistente, che contiene solo acqua.

Fecondità espressiva

Elezioni 2006: Silvio Berlusconi definisce "coglioni" gli elettori del centro-sinistra. Che rivendicano la loro identità senza sentirsi offesi.

Elezioni 2006: Silvio Berlusconi definisce “coglioni” gli elettori del centro-sinistra. Che rivendicano la loro identità senza sentirsi offesi.

Non stupisce quindi, che balle e coglioni siano al 9° e al 12° posto delle parolacce più usate in italiano, come raccontavo in questo articoloE che grandi poeti abbiano celebrato la ricchezza linguistica ispirata dai testicoli. Carlo Porta li ha usati nella poesia “Ricchezza del vocabolari milanes” per mostrare la loro fecondità espressiva:

Oh quanti parentell han tiraa in pee
per nominà i cojon! Gh’han ditt sonaj,
toder, granej, quattordes sold, badee,
zeri, testicol, ròsc, ball, baravaj…

(Il testo integrale è qui). 

E Gioachino Belli nel sonetto “Li penzieri libberi” ha fatto la stessa operazione in romanesco:
Sonajji, pennolini, ggiucarelli,
E ppesi, e ccontrapesi e ggenitali,
Palle, cuggini, fratelli carnali,
Janne, minchioni, zebbedei, ggemmelli. (…)
Cusì in tutte cquattordisci l’urioni, (…)
Se sò cchiamati a Rroma li cojjoni.

(Testo integrale qui).

 ... e avviso espressivo: vietato romperle!E all’estero? Gli stranieri non sono da meno. Diversi modi di dire “pallosi” li ho raccolti su “Parolacce”…. e in questo articoloVoi ne conoscete altri? In italiano, in dialetto o in una lingua straniera? Segnalatemeli e… ne riparliamo.

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