Quando si fa una cattiva figura ci si sente come una cacca.
Pandemia, mascherine, isolamento... C’è un solo modo di definire il momento storico che stiamo vivendo: è un periodo di merda. Ma perché gli escrementi sono il simbolo delle peggiori nefandezze? La cacca è anche espressione di salute: il microbioma, cioè i batteri che vivono nel nostro intestino, sono responsabili del buon funzionamento – guarda caso – proprio del nostro sistema immunitario, oltre che della buona digestione e dell’umore. Tanto che l’esame dei nostri scarti metabolici può rivelare molto sulla nostra salute. Senza contare che, come sanno gli stitici, non andar di corpo è un gran fastidio.
Così ho deciso di passare in rassegna tutti i modi di dire… di merda. Ma preparatevi, perché sulle nostre deiezioni si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia.
La nostra lingua – come molte altre – è ricchissima di espressioni escrementizie: la cacca è un simbolo potente, denso di significati affascinanti e divertenti, dalla biologia all’antropologia, fino alla letteratura e all’arte.
Graffito ironico: “merda” è un termine crudo ma schietto.
Ne hanno parlato artisti, intellettuali e perfino la Bibbia. Infatti, gli scarti del nostro metabolismo possono rivelare molto sulla nostra cultura. Come diceva Fabrizio De Andrè, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
Ma per capire i significati che lo sterco ha acquisito nella nostra lingua, occorre ricostruire gli usi simbolici che ne sono stati fatti nel corso della storia. E non sono tutti negativi, ma a due facce:la pupù ha anche insospettabili aspetti positivi. Il primo è innegabile: nella sua crudezza, ci mostra tutta la precarietà della nostra vita. Senza orpelli, così com’è: nasciamo e viviamo fra gli escrementi e, morendo, diventiamo concime. Una vita di merda.
Tanto che in un recente studio, “cacca” è risultata la parola che ci distingue dalle intelligenze artificiali.
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Papa Francesco ha definito “caca” (in spagnolo) chi ha insabbiato i casi di pedofilia.
Ma col passare dei secoli, abbiamo smarrito la consapevolezza del valore degli escrementi, che nella nostra lingua sono rimasti simbolo dei peggiori mali: sono l’essenza del negativo. Del resto, una delle possibili origini della parola “cacca” sarebbe il greco “kakòs”, maligno, cattivo, brutto. Persino nella Bibbia, nel libro del profeta Malachia, al capitolo 2, fra le minacce ai sacerdoti infedeli c’è anche quella di… smerdarli [2:3]: «Se non mi ascolterete, dice il Signore (…) io spezzerò il vostro braccio e spanderò sulla vostra faccia escrementi, gli escrementi delle vittime immolate nelle vostre solennità».
Non stupisce quindi che nel 2018, papa Francesco abbia definito “cacca” i vescovi che avevano insabbiato i casi di pedofilia: proprio per manifestare con una parola forte la sua più aspra condanna.
Uno spettacolo teatrale sulla miserabile condizione umana.
E quando in una cultura la cacca diventa il simbolo di ciò che è sporco, repellente, disgustoso, insomma del massimo disvalore, perfino gli animali lo recepiscono. Come avevo raccontato in un altro articolo, Washoe, il primo scimpanzè della storia che ha imparato a esprimersi con il linguaggio dei segni, ha trasformato spontaneamente il gesto che significa “sporco” (riservato a quando defecava nel vasino) in un insulto applicato a tutto ciò che non gli piaceva: “sporco gatto”, “sporca scimmia”, e così via. Ecco perché la nostra lingua ha assorbito questa valenza negativa.
L’italiano, a dire il vero, non ha molti lemmi volgari derivati dall’area escrementizia: come calcolavo nel mio libro, rappresentano il 9,3% del totale. E, come ho accertato in una recente indagine, i termini escrementizi rappresentano solo l’11% delle parolacce che pronunciamo ogni giorno, contro il 49% di quelle sessuali (“cazzo” in primis). La parola “merda”, comunque, è la terza che pronunciamo più spesso, e rappresenta il 6,8% delle parolacce che diciamo. Ed è la terza anche nella classifica degli insulti che arrivano nelle aule di tribunale in Italia, dopo “puttana” e “figlio di puttana”.
Adesivo contro chi parcheggia male a Roma.
Le parolacce scatologiche (dal greco “skatòs”, cacca) sono molto più usate in francese, in inglese e soprattutto in tedesco: forse, i Paesi nordici sono meno sessuofobici rispetto ai Paesi latini, e molto più ossessionati, invece, dalla pulizia e dalla paura delle malattie.
La cacca è l’emblema dell’incoscienza infantile, il fondamento della creatività e della comicità, oltre che il simbolo della negatività e precarietà assoluta della vita. “Merda” è, in un certo senso, la capostipite di tutte le parolacce, ed è fra le più sincere e ironiche del nostro repertorio linguistico. È cruda, e proprio per questo vera e schietta, semplice e diretta. Descrive alcune situazioni in modo sintetico, iperbolico e grottesco, come nel film “La grande scommessa”, che racconta i motivi della grande crisi finanziaria del 2008: ““Le obbligazioni ipotecarie sono merda di cane, i CDO (Collateralized debt obligation) sono merda di cane avvolta in merda di gatto”. Più chiaro di così!
Ecco come lo sterco “concima” diverse espressioni in italiano: 23 per la precisione. Si possono accorpare in due macro aree, al netto di alcuni significati particolari: da un lato, lo sterco è simbolo del negativo, del disvalore assoluto e della rovina (in 12 casi su 23); dall’altro, se applicato alla propria immagine, risulta un modo efficace per descrivere la perdita della faccia, dell’onore (smerdare, faccia di merda, etc) in 8 casi su 23: quando ci si sente male, quando la propria dignità sociale viene intaccata, ci si sente una nullità e una schifezza (e qui si ritorna al simbolo del negativo assoluto). Ecco le 23 espressioni, riunite per significati affini. Nel riquadro più sotto ne segnalo altre 2 che si discostano da queste di segno negativo.
“Merda” è un tipico insulto da stadio.
Essere una merda / essere una merda secca: essere una persona spregevole, un vigliacco degno solo di disprezzo, una nullità (“secca” è usato come rafforzativo)
Non voler dire / non significare una merda: non significare nulla
Figura di merda: figura pessima, imbarazzante (ci si sente come un escremento)
Stare / sentirsi / trattare / restarci di merda: stare malissimo
Pezzo / sacco di merda: essere ributtante e spregevole (“pezzo” e “sacco” sono rafforzativi)
Oggetto (film, libro, auto, telefono…) di merda: oggetto inservibile, mal fatto, pessimo. Come ad esempio le “traduzioni di merda”, a cui è dedicato un sito ricco di casi divertenti
Testa di merda: idiota, inetto, imbecille
Questa / quella merda di…. : questa schifezza di…
Da segnalare, in quest’area semantica, anche “stronzo” (crudele, egoista, persona di nessun valore).
Un’associazione ambientalista riminese.
Essere / finire / trovarsi / andare in / nella merda: essere, finire nei guai
Lasciare nella merda: lasciare qualcuno nei guai senza aiutarlo
Essere nella merda fino al collo: essere nei guai gravi, sull’orlo del tracollo
Scoppiare la merda: succedere il finimondo (è l’equivalente dell’espressione inglese “shit storm”, tempesta di merda)
Finire / andare a merda: finire nel peggiore dei modi
Merda! porca merda! Esclamazione di rabbia, disappunto
Cosa merda dici? Rafforzativo: equivale a “che cazzo dici?”
Titolo de “l’Unità” del 1928: molto trasgressivo per l’epoca.
Smerdare: umiliare, infamare
Buttare merda addosso: umiliare, infamare
far sfigurare, svergognare, infamare (o anche imbrattare)
Mangiare merda: essere umiliati
Mangiamerda: persona remissiva che subisce ogni tipo di umiliazioni / persona spregevole
Prendersi palate / secchiate di merda: essere umiliati
Attenzione, tempesta di merda in arrivo.
In inglese, il termine “shit” (merda) non è usato soltanto come termine negativo e svilente. E’ anche sinonimo generico di “cosa, roba, faccenda”, ma perfino “cosa da sballo, figata” (the shit), organizzarsi (get one’s shit together, mettere insieme la propria cacca), tipo in gamba (hot shit, cacca calda), sapere il fatto proprio (to know one’s shit, conoscere la propria cacca), grandioso (shit-hot, cacca bollente). C’è anche l’imprecazione “holy shit” (santa merda) che è uno stratagemma per attenuare la volgarità di “shit” con l’aggettivo “santo”.
In italiano questi aspetti mancano. O meglio, sono presenti solo in 2 casi, nei quali gli escrementi sono considerati fonte di fortuna:
Calpestare la cacca (di cane o di mucca) porta fortuna: non credo che questa credenza nasca tanto dal fatto che lo sterco è un fertilizzante e quindi “porta bene” ai campi e ai raccolti. Alcuni sostengono invece (e mi sembra molto plausibile) che questa espressione risalga ai tempi della seconda guerra mondiale, quando furono usate le prime mine antiuomo: i sentieri dove c’era la cacca di qualche animale segnalavano che quei tragitti erano sicuri, sgombri da ordigni, altrimenti nessun animale avrebbe potuto lasciare un “ricordino”. Più buona sorte di così. L’unico modo di verificare se questa ricostruzione sia corretta è verificare quando è apparsa in letteratura la prima volta. D’altra parte, ricordo che “pestare una merda” significa anche fare un passo falso, una gaffe, un grave errore o incappare in una grande disgrazia, ovvero in una grande sfortuna. E questo ha tutta l’aria di essere il significato originario dell’espressione.
Ballerini della scuola “On stage” di Brescia dicono “Merda, merda, merda!” prima di uno spettacolo
Il “Merda, merda, merda!” che gli attori urlano in coro tenendosi per mano prima di andare in scena. E’ un rito scaramantico, che si ritiene porti fortuna a chi deve calcare un palco davanti al pubblico. Qual è la sua origine? L’uso di questa espressione risale al XVII secolo, quando il pubblico andava a teatro in carrozza. Se l’afflusso di spettatori era elevato, si assembravano molte carrozze davanti all’ingresso. Di conseguenza, davanti al teatro si accumulava anche molto sterco lasciato dai cavalli da traino: quanto più erano abbondanti gli escrementi di cavallo dopo lo spettacolo, tanto maggiore era stato il successo di pubblico, e quindi l’incasso.
In italiano i suffissi possono aggiungere ulteriori sfumature di significato alle offese (ne avevo parlato in questo post). E questo capita anche con i derivati della parola “merda”, che può essere modificata aggiungendo accrescitivi, diminutivi, accrescitivi, spregiativi. Sono in tutto 9 e si riferiscono sia a persone che a oggetti o situazioni. Eccoli.
L’emoji della cacca, usato come insulto, sfogo o battuta.
RIFERITO ALLE PERSONE
merdaiolo: chi spazza gli escrementi per strada; termine generico di disprezzo
merdaiola: prostituta di infimo rango
merdone: persona tanto tronfia e presuntuosa, quanto vile e pusillanime. E’ affine a “cagone” (persona estremamente vile, paurosa, mediocre, incapace).
merdina: persona ignorante e vile, che vale poco
merdino: persona ignorante, inetta e presuntuosa. E’ affine a “caghìno”: presuntuoso ed esibizionista (deriva da “cagare” nel senso di considerare con disprezzo)
merdaccia: persona inetta, schifosa, disprezzabile (era uno degli insulti preferiti da Paolo Villaggio, di cui ho parlato qui)
RIFERITO A OGGETTI / SITUAZIONI
merdaio: luogo sporco, situazione moralmente disgustosa
merdata: situazione o oggetto che non funziona o di scarso valore; frase o comportamento condannabile; frottola (equivale a “cagata“).
merdoso: imbrattato di sterco/disgustoso/inefficiente, spregevole. E’ simile a “cagoso” (spregevole, meschino).
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La mostra “Dirty words” (parolacce) di Gilbert & George.
Sono usate a teatro, in letteratura, nelle canzoni e al cinema. Ma ora ho scoperto che le parolacce sono presenti anche in altre arti insospettabili: la pittura e la scultura. E’ un fatto straordinario: com’è possibile che alcuni vocaboli – e per di più volgari – siano diventati arti figurative, cioè immagini? E’ successo in due modi: le parolacce sono state inserite in quadri o in sculture come scritte, o sono stati raffigurati i gestacci che le rappresentano; oppure, più semplicemente, sono entrate nei titoli delle opere. Che, nell’arte contemporanea, sono fondamentali perché danno la chiave per capirne il senso.
In questo articolo, quindi, vi racconto le opere d’arte più sboccate della storia. Sono opere “minori”, nate dalla povertà intellettuale di artisti a corto di idee o di capacità? Oppure sono provocazioni studiate a tavolino solo per fare clamore? O anche questa è vera arte?
Il quesito è intrigante. Indagando, ho scoperto che le opere con un linguaggio triviale non sono poche: ne ho trovate 20 e sono firmate da autori – compresi 4 italiani – che hanno fatto la storia dell’arte: da Marcel Duchamp a Piero Manzoni fino a Gilbert & George e a Maurizio Cattelan. E anche se gran parte di queste opere sono state create negli ultimi 20 anni, i primi esempi risalgono a un secolo fa.
Tutti hanno usato le parolacce, chi per scuotere le coscienze, chi per farsi pubblicità, e chi per per esprimere concetti anche profondi: dalla caducità dell’esistenza alla satira economica, sociale, politica e religiosa. Nessuna è passata inosservata: alcune hanno portato una dose di graffiante ironia nell’arte, altre hanno suscitato notevole scandalo e persino manifestazioni di protesta con migliaia di partecipanti. E le loro quotazioni arrivano a centinaia di migliaia di euro.
L’idea di parlare di questo argomento mi è venuta in autunno, quando i giornali hanno raccontato un caso divertente: lo scandalo della luminaria con la scritta “Minchia”.
La luminaria “AIHCNIM” di Fabrizio Cicero a Palermo.
A Palermo, in occasione di “Manifesta 12”, la Biennale nomade europea, un artista siciliano, Fabrizio Cicero, aveva realizzato una luminaria con la più celebre parolaccia sicula dedicata all’organo sessuale maschile.
Un modo per celebrare la forza espressiva di questa parola, che in siciliano “enfatizza ogni genere di emozione: disprezzo, apprezzamento, esclamazione o esprimere stupore”, ha detto l’artista. La luminaria è stata issata e accesa in via Alloro, nella Kalsa, un celebre quartiere popolare e centrale di Palermo. Per ammorbidirne l’impatto, Cicero l’ha intitolata con un palindromo, “Aihcnim”. Ma l’opera non è passata inosservata: una consigliere comunale, Sabrina Figuccia (ironia della sorte!) ha scritto una lettera al sindaco per protestare contro l’installazione, che ha così ricevuto un’inattesa pubblicità.
Ma com’è che le parolacce sono diventate un contenuto artistico? Per rispondere a questa domanda bisogna capire lo spirito dell’arte moderna: lo racconto brevemente nel riquadro più sotto. Se volete scoprire le 20 opere più trasgressive, proseguite più sotto: sono citate in ordine cronologico.
In questa lista trovate solo opere d’arte che abbiano un titolo volgare o che rappresentino le parolacce (sia come vocaboli che come gestacci). Non troverete, quindi, opere che mostrino semplicemente escrementi o nudità. Un altro criterio con cui ho scelto le opere riguarda la celebrità degli autori: sono tutti affermati, hanno lasciato un segno nella storia dell’arte, e le loro opere sono state esposte in musei, gallerie, mostre. Noterete una prevalenza di riferimenti agli escrementi (e non mancano altri fluidi corporei): dove finisce l’arte e inizia il cattivo gusto, decidete voi.
[ clicca sul + per aprire il riquadro ]
L.H.O.O.Q. (Wikipedia)
Dopo il celebre orinatoio, anche quest’opera è un “ready made”: è una foto della Gioconda di Leonardo da Vinci, su cui Duchamp ha disegnato un paio di baffi e un pizzetto. Il titolo è un gioco di parole: l’acronimo L.H.O.O.Q. pronunciate in francese danno origine alla frase Elle a chaud au cul , ovvero: “Lei ha caldo al culo“, che significa “Lei è molto eccitata“.
L’opera nasce da varie suggestioni: pochi anni prima Sigmund Freud aveva ipotizzato che Leonardo da Vinci fosse omosessuale, e secondo alcuni critici la Gioconda ritraeva in realtà un uomo.
Duchamp, quindi, trasforma Monna Lisa in un uomo, e per di più eccitato. Un modo per dissacrare l’opera, idolatrata ma spesso non compresa a fondo, riportandola alla sua cruda verità. E anche uno sberleffo provocatorio – tipico del dadaismo – nei confronti del pubblico, superficiale e ignorante, che apprezza la Gioconda solo perché tutti dicono che è bella.
“Merda d’artista” di Manzoni (Wikipedia).
Nel 1961 Piero Manzoni sigillò 90 barattoli di latta, identici a quelli per la carne in scatola, applicandovi un’etichetta in varie lingue, con la scritta «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e inscatolata nel maggio 1961». Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista.
Manzoni mise in vendita questi barattoli allo stesso prezzo di 30 grammi di oro. Era una critica, provocatoria e feroce, al mercato dell’arte: che cos’è l’arte? Una gigantesca truffa, che consiste nel vendere merda al prezzo dell’oro. Era quindi una conferma provocatoria ai sospetti antimodernisti del pubblico, che vede l’artista per lo più come un truffatore, un manipolatore e un illusionista. Ed è anche una satira nei confronti di chi considera gli artisti quasi sacri, al punto che tutte le loro produzioni (escrementi compresi) siano più che opere d’arte: reliquie da conservare.
Oggi i barattoli sono conservati in diverse collezioni d’arte, compresi il Museo del Novecento di Milano e la Tate Modern di Londra. Il valore di ciascuna scatola è stimato intorno ai 70.000 €, ben più dell’oro (che per 30 grammi ammonterebbe a 1.050 euro), ma nel 2016 un pezzo fu venduto a 220.000 euro. In realtà, pare che le scatole non contengano escrementi ma solo gesso: ulteriore beffa nella beffa.
GILBERT THE SHIT AND GEORGE THE CUNT (courtesy Gilbert & George)
Alla fine degli anni ‘60, due artisti – l’italiano Gilbert Prousch e il britannico George Passmore, coppia nell’arte e nella vita – decisero di mettere i propri corpi al centro della loro arte, inscenando performance come “sculture viventi”: «Eravamo vivi e perché sentivamo il bisogno di riportare al centro dell’opera alcuni sentimenti che ci sembravano trascurati», dicevano.
Una delle loro prime opere è questo ritratto fotografico, intitolato “GILBERT THE SHIT AND GEORGE THE CUNT”: una provocazione, ma soprattutto un modo per prevenire le critiche. “Sapevamo che ci sarebbe stata una battaglia e volevamo essere lì prima, molto prima che qualcuno potesse dire che non eravamo bravi artisti, che non eravamo capaci di fotografare o di dipingere: così molto prima che iniziassero tutte le critiche, avevamo già attaccato noi stessi”.
Era solo l’inizio di un percorso artistico che ha sempre avuto come obiettivo quello di prendere di mira le convenzioni borghesi della società. Il loro motto non lascia spazio a dubbi: “vogliamo che la nostra arte tiri fuori il bigotto che si annida nei liberali, e il liberale che si annida nel bigotto”. Dunque, un’arte provocatoria, antireligiosa, libertina, e soprattutto corporea.
GALLERIA FOTOGRAFICA (qui sotto, courtesy Gilbert & George).
Nel 1975 realizzano “COMING” (venendo, in senso erotico), un collage fotografico che mostra i loro ritratti intorno a 4 immagini di schizzi di sperma. (vedi foto 1 sotto)
Nel 1977 pubblicano “DIRTY WORDS” (cattive parole) una serie di 26 collage fotografici campeggiati da parolacce: suck (suca), bent (invertito), shit (merda), cunt (figa, coglione), bugger (frocio), cock (cazzo), fuck (fottere) e così via. (vedi foto 2 sotto)
Nel 1994 hanno creato 20 opere intitolate “THE NAKED SHIT PICTURES” (i disegni della merda nuda) in cui Gilbert & George appaiono nudi in varie pose, affiancati da immagini di escrementi: una umanità ridotta all’essenziale, alla mera biologia delle sue parti. “c’è qualcosa di religioso nel fatto che siamo fatti di escrementi”, hanno detto. (vedi foto 3 sotto)
Nel 1996 pubblicano la serie “FUNDAMENTAL PICTURES” (quadri fondamentali) con 39 opere come “BLOODY SHIT HOUSE” (casa di merda sanguinosa) o “SHIT AND PISS” (merda e piscia). (vedi foto 4 sotto)
Gli artisti, oggi ultra 70enni, sono ancora in attività: nel 2004, fra le 38 opere di “PERVERSIVE PICTURES” hanno pubblicato un autoritratto intitolato “WHITE BASTARDS” (in cui appaiono vestiti di bianco, ma in realtà è un riferimento alle origini etniche). (vedi foto 5 sotto)
E una delle ultime opere (2016) nella serie “THE BEARD PICTURES” (le immagini della barba, 173 pezzi) si intitola “FUCK OFF HIPSTERS” (fanculo hipster). (vedi foto 6 sotto)
PISS CHRIST (Wikipedia)
La foto raffigura un piccolo crocefisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l’urina dell’autore, un fotografo statunitense. L’opera ha vinto, nel 1989, il premio “Awards in the Visual Arts” messo in palio dal Southeastern Center for Contemporary Art e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts, un ente governativo statunitense. L’esposizione dell’opera suscitò un forte scandalo negli Stati Uniti; tra i suoi principali detrattori vi furono i senatori repubblicani Al D’Amato e Jesse Helms. In un discorso tenuto il 18 maggio 1989 al Senato degli Stati Uniti, i due parlamentari accusarono l’opera di volgarità e blasfemia, sostenendo che il premio di 15.000 dollari ottenuto da Serrano per Piss Christ violava il principio di separazione tra Stato e Chiesa, in quanto finanziato con denaro pubblico. I sostenitori dell’opera, al contrario, la definirono un significativo esempio di libertà d’espressione in campo artistico; tra i suoi difensori vi fu anche la suora e critico d’arte inglese Wendy Beckett secondo la quale Piss Christ non aveva un intento blasfemo, ma rappresentava il modo in cui la società contemporanea si poneva nei riguardi di Cristo.
Nel 1997, la polemica riesplose in Australia in occasione di una retrospettiva dedicata a Serrano alla National Gallery of Victoria, quando l’arcivescovo cattolico di Melbourne, George Pell, si appellò alla Corte suprema per impedire l’esposizione della foto, ritenuta blasfema. Non ci riuscì, ma nei giorni successivi, dopo che l’opera fu danneggiata da alcuni vandali, la National Gallery decise di annullare la mostra. Nel 2011 un’altra bufera: l’opera fu esposta ad Avignone (Francia) nella manifestazione “I Believe in Miracles”: un migliaio di persone ha partecipato a una sfilata di protesta. Il giorno successivo, quattro giovani sono entrati nel museo immobilizzandone le due guardie: hanno infranto il vetro protettivo, danneggiando irrimediabilmente la foto.
SHIT FOUNTAIN
E’ una scultura a forma di escremento: campeggia su una fontana alta un metro, realizzata dall’artista Jerzy S. Kenar, noto a livello internazionale per le sue sculture a tema religioso.
Quest’opera, però, nasce con un altro intento: è un monito ironico ai “cani del vicinato”, che lasciano in giro i propri escrementi, senza che i loro padroni li ripuliscano. La fontana, infatti, è installata nel giardino di casa Kenar, al 1001 North Wolcott Avenue ad Augusta, negli Usa.
Il graffito in Norvegia (courtesy Nick Walker)
Walker è un artista di strada britannico. Ecco il suo racconto di com’è nata quest’opera: “Stavo discutendo con alcuni colleghi, fra cui il celebre graffitaro Bansky, su come realizzare una nuova, irriverente versione della Monna Lisa. Ma era già stato fatto tutto (vedi Duchamp e molti altri). A un certo punto ho pensato che bastava aggiungere al suo nome un’altra O, e sarebbe diventata una mooner (in inglese, “to moon” significa mostrare il sedere in segno di disprezzo, scherzo, dispetto, provocazione): Moona Lisa, per l’appunto! Il motivo per cui sorride è perché sta per voltarsi e mostrare il culo“. Dunque, Walker ha dipinto un gestaccio (di cui ho parlato qui).
Questa irriverente (la più irriverente) versione della Gioconda è stata prima dipinta su un muro in Norvegia. Poi una sua copia è stata venduta alla Bonhams’s Urban Art auction di Londra per 54mila steriine (62mila euro).
GOLD PLATED POOP
Nel 2007, un artista cinese naturalizzato in Canada, Terence Koh, ha esposto una sua irriverente opera all’Art Basel, una fiera d’arte moderna a Basilea (Svizzera): consisteva in teche di vetro che contenevano i suoi escrementi placcati in oro. Una versione più elegante, o quantomeno intrinsecamente preziosa, della merda d’artista di Manzoni. Tanto che l’opera è stata venduta per 500.000 dollari.
L’installazione gonfiabile in Svizzera.
Nell’estate del 2008, l’artista statunitense Paul McCarthy ha messo un’installazione sul terreno del Centro Paul Klee di Berna, in Svizzera: un tessuto di nylon rivestito di vinile, di inequivocabile forma e color marrone, su un quadrato di 15 metri di lato. Raffigurava una massiccia cacca di cane alta 33 metri, come un palazzo di 11 piani. Una forte folata di vento, però, ne ha distaccato gli ormeggi facendola volare via: la cacca gonfiabile ha divelto una linea elettrica e rotto le finestre di una serra e di un’abitazione, prima di precipitare al suolo. I giornali hanno titolato: “Catastrofe di merda” e “E’ un aereo o una cacca?”.
McCarthy non è nuovo a operazioni del genere le sue performance, già dagli anni ‘70, erano fatte usando vomito, mestruazioni, sperma, escrementi. In “SHIT FACE PAINTING” (1974), per esempio, ha steso sul suo viso barbuto una vernice gocciolante, grumosa, marrone e si è rotolato nudo su grandi fogli di tela, tracciando così varie macchie di colore.
Nel 1992 ha presentato le sculture “FAKE SHIT” (merda finta), torte a forma di cacca ma realizzate in alluminio verniciato (per questo le ha definite “finte”). Dieci anni dopo, nel 2002, ha proposto altre due sculture, “DICK EYE” (occhio del cazzo) e “SHIT FACE”, faccia di merda (entrambe nelle foto a lato).
L.O.V.E. (Foto Shutterstock)
Insieme alle opere di Duchamp e Manzoni, è l’opera di contenuto volgare più famosa a livello internazionale. L’opera raffigura una mano intenta nel saluto romano ma con quasi tutte le dita mozzate, come se erose dal tempo, eccetto il medio: diventa così un marmoreo e imponente “vaffanculo”, proprio di fronte alla sede della Borsa italiana a Milano. La scultura (realizzata in marmo di Carrara, alta 4,6 metri, che diventano 11 col basamento) diventa quindi un gesto irriverente che si rivolge sia all’architettura del Ventennio di palazzo Mezzanotte, sia al mondo della finanza che esso ospita. L’accostamento fra un’opera così volgare e provocatoria e il cuore della finanza non ha eguali in tutto il mondo. Ecco perché l’ho scelta per posare per un servizio fotografico di Elena Datrino (potete vederlo qui).
Il ritratto di Zuckerberg dipinto con escrementi (The Hole).
L’opera è stata esposta nel 2015 alla galleria “The hole” di New York e ha fatto scalpore. Non tanto per il titolo, quanto per il materiale usato (la cacca dell’artista) e soprattutto per il soggetto rappresentato: Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook.
“Volevo esprimere il mio disappunto verso chi manipola le nostre vite, Zuckerberg merita di essere ridicolizzato”, ha spiegato l’autore, L’opera faceva parte di un trittico di “teste di merda” insieme al ritratto di Eric Schmidt, ai tempi amministratore delegato di Google, e di un cane, uno springer spaniel.
La luminaria “STRONZO” (courtesy Domenico Pellegrino)
Pellegrino è un artista palermitano noto per la sua ricerca legata alle tradizioni popolari siciliane, comprese le luminarie. Questa installazione consiste in 7 pannelli in legno, dipinti a olio e illuminati da luci led che compongono il celebre insulto (per il suo significato, leggi questo articolo). Uno “stronzo d’artista“. L’opera, racconta Pellegrino, è legata a un fatto di cronaca: il commento polemico di Gianfranco Micciché, presidente della regione Sicilia, nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’episodio risale all’estate scorsa, quando Salvini aveva bloccato 190 migranti a bordo della nave Diciotti per attuare un braccio di ferro con le autorità europee.
Miccicché aveva attaccato il ministro su Facebook, scrivendo: «Non so come tu riesca a dormire al pensiero di quanta sofferenza si stia procurando nel tuo nome… Salvini, non agisci così perché intollerante o razzista. Perché nel lasciare 190 persone per tre giorni in balìa di malattie e stenti su una nave non c’entra niente la razza o la diversità, c’entra l’essere disumani, sadici. E per cosa poi, per prendere 100 voti in più? Salvini, fattene una ragione, non sei razzista: sei solo stronzo».
L’episodio ha ispirato Pellegrino: «Ho voluto prendere in prestito il commento di Miccichè su Salvini perché è stato diretto – spiega – e per scuotere le menti assopite bisogna essere incisivi, forti e diretti». Ancora non si sa dove sarà collocata l’opera, al momento ancora nello studio dell’artista.
L’opera è un manifesto realizzato da Serena Fineschi, artista toscana, per la rassegna Opera Viva Barriera di Milano. E’ la fotografia di una piccola porzione della sua pelle, su cui è stata tatuata una frase (tratta da un lavoro del 2011) che è al tempo stesso una dichiarazione di intenti e un inno d’amore. “Significa che, nonostante siamo perfettamente consapevoli dei problemi e delle crisi che attraversano il mondo contemporaneo, nonostante le società occidentali stiano mostrando tutte le loro crepe (che il Covid ha ampliato e reso ancora più visibili), nonostante tutto questo e proprio per questo non rinunciamo a dichiarare a gran voce il nostro amore per la vita”.
Dedico questo post all’amica Frida, che mi ha messo la pulce nell’orecchio (e che pulce!) parlandomi di Duchamp.
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