Ma c’è un fenomeno molto più rilevante nella nostra lingua. L’italiano, infatti, insieme con lo spagnolo, il portoghese e il francese, è una delle poche lingue in cui i suffissi fanno anche un lavoro “sporco”: hanno, cioè, una funzione peggiorativa. Sono paroline magiche: riescono a trasformare in insulto qualunque parola, anche la più innocua o positiva. Diversi suffissi, insomma, sono come un re Mida al contrario: trasformano in cacca tutto ciò che toccano. E dato che i suffissi si aggiungono alla fine di una parola, è proprio il caso di dire: “in cauda venenum”, il veleno sta nella coda…
Non ci credete? Facciamo qualche esempio. Se dico a qualcuno che è un poeta, ne sarà lusingato; ma se gli dico che è un poetastro, lo offenderò. Lo stesso accade se definisco giornalaio un giornalista, o, peggio ancora, se chiamo donnaccia una donna… Questo fatto è interessante perché costituisce una notevole eccezione alla definizione di parolaccia (= parole di registro basso e con connotazione negativa): con i suffissi, possono diventare insultanti anche parole positive e di registro alto. I suffissi, insomma, sono come un numero moltiplicatore negativo (-1): qualsiasi numero, moltiplicato per -1, acquista il segno meno.
Ed è un fenomeno molto antico: già 140 anni fa, lo scrittore napoletano Vittorio Imbriani (1840-1886) aveva sfruttato la forza offensiva dei suffissi in una novella intitolata “Guglielmo Tell e Federigo Schiller”, nel “Vivicomburio”.
In una scena, il protagonista Tell aveva mandato un tizio a comprargli i cerini per accendere la pipa; ma durante il viaggio si bagnano per la pioggia, diventando inutilizzabili. Ecco la reazione di Tell: «Prima gli rovesciò addosso una valanga di epiteti in -one, come a dire minchione, coglione, buffone, tambellone, bighellone, scempione, moccione, corbellone, babbione, gocciolone, bietolone, ignatone, moccicone, galeone, ghiandone, moccolone, lasagnone, maccherone, palamidone, bacchillone, tempione, uccellone, mellone, mazzamarrone, pappacchione, nasone (…) Poi, variando le desinenze, il tenente elvetico gli diede (…) dello sciocco, dell’ingocco, del bachiocco, del baciocco, del balocco, dello scimunito, dello scipito (…) del pisellaccio, del nibbiaccio, del babbaccio, del baccellaccio, del cazzaccio… E tutto in tedesco, veh!».
Dunque, i suffissi possono essere un’arma. Ma non tutti: nella nostra lingua ce n’è oltre un centinaio, ma quelli pericolosi sono molti meno: una ventina. Li ho radunati in questa tabella, che è come un arsenale: se aggiungete uno di questi elementi a una parola qualunque, la trasformate in un’offesa.
DIMINUTIVI
= sei troppo piccolo, insignificante |
ATTENUATIVI
= sei imperfetto, limitato |
VEZZEGGIATIVI
= fingo di coccolarti ma ti considero inadeguato |
ACCRESCITIVI
= sei troppo grande, esagerato, inflazionato |
SPREGIATIVI
= sei brutto, vecchio, respingente |
-attolo: uomo→ omiciattolo | -astro: giovane→ giovinastro | -accione/acchione: furbo→ furbacchione | -aglia: gente→ gentaglia | -accio: donna→ donnaccia |
-etto: fico→ fichetto | -icchio: governo→ governicchio | -otto: provinciale→ provincialotto | -ame: cultura→ culturame | -azzo: amore→ amorazzo |
-ino: galoppare→ galoppino | -iccio: molle→ molliccio | -uccio/-uzzo: impiegato→ impiegatuccio | -one: pappare→ pappone | -esco: mano→ manesco |
-onzolo: medico→ mediconzolo | -oide: intellettuale→ intellettualoide | -ucolo: attore→ attorucolo | -ume: fradicio→ fradiciume | |
-ucolo/-icciolo: poeta→ poetucolo |
Dunque, per esprimere disprezzo basta dire a un altro che è esagerato (per eccesso, ma soprattutto per difetto: troppo grande o troppo piccolo, raro o inflazionato), inadeguato (imperfetto, limitato), ributtante. E posso pure fingere affetto mentre in realtà sto svilendo qualcuno o qualcosa. E tutto semplicemente aggiungendo poche lettere a una parola qualsiasi. Altro che petaloso!
PS: oltre ai suffissi, bisogna segnalare anche alcuni prefissi e prefissioidi che in italiano sono usati per formare parole ingiuriose. Eccoli: ipo- (ipoaffettivo, ipoumano), pseudo- (pseudoattore, pseudopolitico), semi- (semiumano, semiprofessore), sotto- (sottocultura, sottospecie), sub- (subumano, sibnormale), caca- (cacasentenze, cacasenno), lecca- (leccapiedi, leccaulo), mangia- (mangiapatate, manngiamerda), piscia- (pisciasotto).
The post Palloso, cazzaro, fichetto e le altre parolacce “petalose” first appeared on Parolacce.]]>Prima di svelare la mappa semantica degli insulti derivati dai genitali, affrontiamo subito la questione di fondo: cosa c’entrano gli organi sessuali con i difetti morali? Perché i nomi del sesso sono usati per esprimere offesa, disistima, disprezzo?
Innanzitutto perché i nomi osceni, evocando il sesso, sono emotivamente carichi, sono parole impregnate di passioni. Ma questa carica non è solo positiva (eros, piacere, seduzione, forza vitale, eccitazione, fecondità…). Il sesso ha anche un risvolto negativo: ci ricorda la nostra natura animalesca, da cui cerchiamo sempre di prendere le distanze. Ecco perché il sesso è usato per “abbassare” il valore di una persona: se dico a qualcuno che è una “testa di cazzo”, metto la sua intelligenza sullo stesso piano della pulsione sessuale, irrazionale e incontrollata. Quella persona, invece di ragionare col cervello, si lascia guidare dal pube. La “torre di controllo” si è spostata dall’alto al basso…
Iniziativa di un gruppo di creativi free lance: non vogliono essere sotto pagati, cioè trattati da coglioni.
Questa visione svilente della sessualità è stata rafforzata, nella cultura occidentale, dall’orfismo, un movimento religioso nato in Grecia nel VI secolo a.C.: gli orfici disprezzavano il corpo, mortale e limitato, perché lo consideravano inferiore all’anima, pura e immortale. Nei secoli successivi questo contrasto fra mente e corpo è stato rafforzato anche dal cristianesimo, per il quale la vita terrena vale solo in funzione di quella ultraterrena.
Ecco perché, in moltissime lingue, i nomi che designano i genitali sono usati come insulti, anche se con molte variazioni da un Paese all’altro: alcuni Paesi utilizzano più le metafore derivate da pene e testicoli, altri quelle dalla vulva, altri ancora quelle che rimandano ai glutei.
Per esempio, tornando al film “Deadpool”, la tripletta inglese che lo descrive, significa letteralmente: tosto, saccente, grandioso, ed è giocata sulle varianti di “ass”, culo. In Italia, anche se culo è una parola dai molti significati (ne avevo parlato qui), preferiamo usare come metafora i genitali maschili: il “lato A” invece del “lato B”. Ecco perché nella versione italiana i traduttori hanno puntato sugli aggettivi derivati dal pene: cazzone, cazzuto, incazzato. Infatti, cazzuto è la traduzione corretta di bad ass,; smart ass è reso con cazzone, mentre sarebbe stato più corretto definirlo cazzaro (fanfarone, spaccone). Per il terzo aggettivo, great ass, non esiste un corrispettivo derivato dai genitali maschili: sarebbe stato corretto tradurlo come figone. E infatti in italiano le metafore derivate dal sesso femminile esprimono per lo più concetti positivi: figa (bella donna), figo (bell’uomo, alla moda, attraente, elegante), figata (cosa bella, piacevole, ben riuscita)… L’unica eccezione è fighetto, inteso come elegante, vanesio, affettato. Ma d’altronde non bisogna dimenticare che fesso (= sciocco, scemo) deriva da fessa (fessura, vulva), e fregnone (= sciocco, stupido) da fregna (vulva).
Qualcuno ha ipotizzato che forse la nostra cultura è fissata alla fase fallica (la fase dello sviluppo infantile che concentra la libido sul pene) mentre quella anglosassone a quella anale, ma è una lettura troppo semplicista: anche in italiano abbiamo molti riferimenti al deretano (faccia da culo) e agli escrementi (faccia di merda) nei nostri insulti. Forse, il contrasto fra pene-spregiativo e vulva-elogiativa è uno dei tanti sintomi del maschilismo della nostra cultura: i maschi disprezzano il proprio sesso, apprezzando quello opposto. C’è del vero, ma come spiegare, allora, gli spregiativi derivati dal sesso femminile?
E’ più probabile che questa opposizione nasca da un altro aspetto: mentre la vulva è nascosta e misteriosa, il pene è un organo evidente, appeso e penzolante, quindi in balìa dei movimenti del corpo: come tale si presta a diventare il simbolo di un essere passivo e inanimato.
In ogni caso, è impossibile generalizzare: in francese, per esempio, il termine che designa la vulva, con, è usato come insulto: equivale al nostro coglione. Lo stesso avviene anche in inglese, dove il termine twat (vulva) è un’offesa pesante che significa coglione, stronzo, pezzo di merda. I nomi del sesso, insomma, sono veri jolly linguistici che possono esprimere tutto e il contrario di tutto, come già raccontavo in questo post.
Ed è proprio questa ricchezza espressiva a rendere difficile studiare questi appellativi, e tradurli da una lingua a un’altra: che cosa vogliamo dire quando affermiamo che una persona è “un coglione“? E’ questa la prima difficoltà con cui ci si scontra se si vuole fare una mappa semantica degli insulti tratti dal lessico sessuale, traducendo le parolacce in termini neutri o almeno non volgari. Così facendo, ho potuto distinguere gli insulti genitali in due grandi famiglie: quelli contro l’intelligenza e quelli contro il comportamento. E mentre compilavo questo elenco (nel quale ho inserito, in blu, alcuni corrispettivi in inglese) mi sono venuti in mente diversi personaggi cinematografici che incarnassero quei difetti. Tipi umani presenti a ogni epoca e latitudine.
Gli insulti contro l’intelligenza si possono dividere in 2 sottocategorie: quelli che condannano l’incapacità di intendere, ovvero il ritardo mentale in varie forme; e quelli che puntano l’indice contro l’ottusità, l’ostinazione, ovvero la demenza e i deficit di attenzione. Mentre i primi sono difetti permanenti, i secondi possono essere transitori: perché si è presa una botta in testa, perché si è invecchiati, perché si è stanchi. Questi insulti, insomma, evidenziano – per contrasto – l‘importanza dell’intelligenza, della prontezza di riflessi, della capacità di discernere e agire di conseguenza.
Chi è privo di queste doti, è emarginato e disprezzato. Ma al tempo stesso fa ridere: se guardate i personaggi che incarnano questi difetti, sono tutti personaggi comici: da Checco Zalone a Mr Bean, fino al tontolone Leo, portato in scena da Carlo Verdone in “Un sacco bello”.
Discorso altrettanto interessante si può fare per gli insulti che stigmatizzano determinati comportamenti. Mettendoli tutti insieme, mi sono accorto che coincidono in modo impressionante con i disturbi di personalità, cioè le malattie mentali che compromettono l’equilibrio psicologico e relazionale di una persona. Sono tutte forme di disadattamento: chi ne è affetto risponde in modo inadeguato ai problemi della vita, compromettendo i rapporti con gli altri. Sono persone aggressive, false, esibizioniste, moleste, vittimiste, incapaci di empatia con gli altri, insensibili, cattive. E proprio per questo sono il bersaglio di molti e pesanti insulti, come potete vedere dal grafico qui a lato. Nei loro confronti, è difficile usare una chiave comica: soprattutto verso i sociopatici, che non a caso hanno ispirato schiere di “cattivi” nei film.
Dunque, riunendo tutti gli insulti derivati dai genitali, emerge un quadro sorprendente: additano le peggiori caratteristiche di una persona, che diventa così meritevole di disprezzo e di dileggio. Ma queste parolacce non sono soltanto offese. Indirettamente indicano (per contrasto) i valori più importanti che ognuno di noi dovrebbe perseguire se vuole ottenere la stima e la benevolenza altrui: l’intelligenza, l’acume, la ragionevolezza, l’altruismo, l’empatia, la dolcezza, il rispetto… Insomma, a ben guardare, gli insulti genitali non sono cazzate.
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