scandalo | Parolacce https://www.parolacce.org L'unico blog italiano di studi sul turpiloquio, dal 2006 - The world famous blog on italian swearing, since 2006 - By Vito tartamella Thu, 19 Sep 2024 11:48:17 +0000 it-IT hourly 1 https://www.parolacce.org/wp-content/uploads/2015/06/cropped-logoParolacceLR-32x32.png scandalo | Parolacce https://www.parolacce.org 32 32 Le opere più trasgressive dell’arte moderna https://www.parolacce.org/2018/12/07/opere-d-arte-volgari/ https://www.parolacce.org/2018/12/07/opere-d-arte-volgari/#comments Fri, 07 Dec 2018 11:27:56 +0000 https://www.parolacce.org/?p=14928 Sono usate a teatro, in letteratura, nelle canzoni e al cinema. Ma ora ho scoperto che le parolacce sono presenti anche in altre arti insospettabili: la pittura e la scultura. E’ un fatto straordinario: com’è possibile che alcuni vocaboli –… Continue Reading

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La mostra “Dirty words” (parolacce) di Gilbert & George.

Sono usate a teatro, in letteratura, nelle canzoni e al cinema. Ma ora ho scoperto che le parolacce sono presenti anche in altre arti insospettabili: la pittura e la scultura. E’ un fatto straordinario: com’è possibile che alcuni vocaboli – e per di più volgari – siano diventati arti figurative, cioè immagini? E’ successo in due modi: le parolacce sono state inserite in quadri o in sculture come scritte, o sono stati raffigurati i gestacci che le rappresentano; oppure, più semplicemente, sono entrate nei titoli delle opere. Che, nell’arte contemporanea, sono fondamentali perché danno la chiave per capirne il senso.
In questo articolo, quindi, vi racconto le opere d’arte più sboccate della storia. Sono opere “minori”, nate dalla povertà intellettuale di artisti a corto di idee o di capacità? Oppure sono provocazioni studiate a tavolino solo per fare clamore? O anche questa è vera arte?

Il quesito è intrigante. Indagando, ho scoperto che le opere con un linguaggio triviale non sono poche: ne ho trovate 20 e sono firmate da autori – compresi 4 italiani – che hanno fatto la storia dell’arte: da Marcel Duchamp a Piero Manzoni fino a Gilbert  & George e a Maurizio Cattelan. E anche se gran parte di queste opere sono state create negli ultimi 20 anni, i primi esempi risalgono a un secolo fa.
Tutti hanno usato le parolacce, chi per scuotere le coscienze, chi per farsi pubblicità, e chi per per esprimere concetti anche profondi: dalla caducità dell’esistenza alla satira economica, sociale, politica e religiosa. Nessuna è passata inosservata: alcune hanno portato una dose di graffiante ironia nell’arte, altre hanno suscitato notevole scandalo e persino manifestazioni di protesta con migliaia di partecipanti. E le loro quotazioni arrivano a centinaia di migliaia di euro

L’idea di parlare di questo argomento mi è venuta in autunno, quando i giornali hanno raccontato un caso divertente: lo scandalo della luminaria con la scritta “Minchia”.

Minchia, che luminaria!

La luminaria “AIHCNIM” di Fabrizio Cicero a Palermo.

A Palermo, in occasione di “Manifesta 12”, la Biennale nomade europea, un artista siciliano, Fabrizio Cicero, aveva realizzato una luminaria con la più celebre parolaccia sicula dedicata all’organo sessuale maschile.
Un modo per celebrare la forza espressiva di questa parola, che in siciliano “enfatizza ogni genere di emozione: disprezzo, apprezzamento, esclamazione o esprimere stupore”, ha detto l’artista. La luminaria è stata issata e accesa in via Alloro, nella Kalsa, un celebre quartiere popolare e centrale di Palermo. Per ammorbidirne l’impatto, Cicero l’ha intitolata con un palindromo, “Aihcnim”. Ma l’opera non è passata inosservata: una consigliere comunale, Sabrina Figuccia (ironia della sorte!) ha scritto una lettera al sindaco per protestare contro l’installazione, che ha così ricevuto un’inattesa pubblicità.

Opere che hanno lasciato un segno

Ma com’è che le parolacce sono diventate un contenuto artistico? Per rispondere a questa domanda bisogna capire lo spirito dell’arte moderna: lo racconto brevemente nel riquadro più sotto. Se volete scoprire le 20 opere più trasgressive, proseguite più sotto: sono citate in ordine cronologico.
In questa lista trovate solo opere d’arte che abbiano un titolo volgare o che rappresentino le parolacce (sia come
vocaboli che come gestacci). Non troverete, quindi, opere che mostrino semplicemente escrementi o nuditàUn altro criterio con cui ho scelto le opere riguarda la celebrità degli autori: sono tutti affermati, hanno lasciato un segno nella storia dell’arte, e le loro opere sono state esposte in musei, gallerie, mostre. Noterete una prevalenza di riferimenti agli escrementi (e non mancano altri fluidi corporei): dove finisce l’arte e inizia il cattivo gusto, decidete voi.

[ clicca sul + per aprire il riquadro ]

PERCHÈ L’ARTE È DIVENTATA VOLGARE

La celebre “Fontana” di Marcel Duchamp.

Sono 4 le parole d’ordine dell’arte contemporanea: soggettività, relativismo, anarchia e nichilismo. E le ha messe a fuoco tutte quante Marcel Duchamp (1887-1968), uno dei più grandi e liberi provocatori intellettuali del nostro tempo. Nel 1917 è diventato famoso perché presentò a un concorso d’arte un orinatoio, intitolato “Fontana”. Era una doppia rivoluzione: elevare a opera d’arte un oggetto di fabbricazione industriale (un “ready made”), e per di più un vespasiano.
L’opera (firmata con lo pseudonimo R. Mutt, da Mott, il nome dell’azienda)  fu rifiutata come volgare, immorale oltre che un plagio. Ma ne parlarono tutti. Ecco come Duchamp  spiega il significato dell’opera: «Se Mr. Mutt abbia fatto o no la fontana con le sue mani non ha importanza. Egli l’ha SCELTA. Ha preso un comune oggetto di vita, l’ha collocato in modo tale che un significato pratico scomparisse sotto il nuovo titolo e punto di vista; egli ha creato una nuova idea per l’oggetto».

Marcel Duchamp negli anni ’60.

In questo cambio di prospettiva sta l’essenza dell’arte contemporanea: ciò che conta non è l’aspetto fisico di un’opera, bensì l’idea, il suo contenuto intellettuale. L’arte non è più “l’oggetto”, bensì il “soggetto”: la mente, l’intuizione dell’artista. E’ l’arte concettuale: siamo noi, con le nostre riflessioni, a dare senso all’arte, a crearla mentre la interpretiamo, così un semplice orinatoio può essere visto come una più poetica “fontana”. Tutto insomma, è relativo: è il relativismo. E la “bellezza” non è più un dato esteriore ma interiore. Perciò i materiali d’uso quotidiano, umili, brutti o repellenti, sono entrati nelle opere d’arte al servizio delle visioni artistiche. E hanno conquistato dignità artistica anche le esibizioni (performance), piuttosto che i graffiti e i fumetti.
In questa tendenza si è affiancata una corrente artistica nata in quegli anni in Svizzera: il dadaismo. I suoi esponenti rifiutavano le regole, le convenzioni: valorizzavano invece la stravaganza, la provocazione, la derisione e l’umorismo. Così la trasgressione, il sovvertimento delle regole, la provocazione sono diventate la norma. Se un tempo l’arte voleva esprimere certezze, quella di oggi vuole invece sollevare dubbi, non vuole risolvere i problemi ma crearli. Far discutere, far riflettere. Provocare. Sovvertire gli schemi. Non importa creare qualcosa di bello o di realistico, bensì esprimere un nuovo punto di vista, far guardare la realtà con occhi nuovi.
E nei decenni successivi si è aggiunto un altro elemento: il nichilismo. L’arte riflette il vuoto di valori della nostra epoca: non crediamo in niente, non c’è nulla di spirituale perché è tutto materiale, corporeo, sofferenza. Temi che si riflettono nelle opere di artisti come Damien Hirst a Lucien Freud. E’ per questo che uno dei temi più ricorrenti sono gli escrementi: cosa c’è di più abbassante, di più corporeo, elementare e rivoluzionario della cacca? Senza contare una dose di crudo realismo: l’arte non vuole più imbellettare la realtà ma presentarla così com’è. E le parolacce vanno proprio in questa direzione. 

1919

L.H.O.O.Q. (Wikipedia)

L.H.O.O.Q. (Elle a chaud au cul , ovvero: “Lei ha caldo al culo”)
Marcel Duchamp

Dopo il celebre orinatoio, anche quest’opera è un “ready made”: è una foto della Gioconda di Leonardo da Vinci, su cui Duchamp ha disegnato un paio di baffi e un pizzettoIl titolo è un gioco di parole: l’acronimo L.H.O.O.Q. pronunciate in francese danno origine alla frase Elle a chaud au cul , ovvero: “Lei ha caldo al culo“, che significa “Lei è molto eccitata“.
L’opera nasce da varie suggestioni: pochi anni prima Sigmund Freud aveva ipotizzato che Leonardo da Vinci fosse omosessuale, e secondo alcuni critici la Gioconda ritraeva in realtà un uomo.
Duchamp, quindi, trasforma Monna Lisa in un uomo, e per di più eccitato. Un modo per dissacrare l’opera, idolatrata ma spesso non compresa a fondo, riportandola alla sua cruda verità. E anche uno sberleffo provocatorio – tipico del dadaismo – nei confronti del pubblico, superficiale e ignorante, che apprezza la Gioconda solo perché tutti dicono che è bella.

1961

“Merda d’artista” di Manzoni (Wikipedia).

MERDA D’ARTISTA
Piero Manzoni

Nel 1961 Piero Manzoni sigillò 90 barattoli di latta, identici a quelli per la carne in scatola, applicandovi un’etichetta in varie lingue, con la scritta «merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e inscatolata nel maggio 1961». Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista.
Manzoni mise in vendita questi barattoli allo stesso prezzo di 30 grammi di oro. Era una critica, provocatoria e feroce, al mercato dell’arte: che cos’è l’arte? Una gigantesca truffa, che consiste nel vendere merda al prezzo dell’oro. Era quindi una conferma provocatoria ai sospetti antimodernisti del pubblico, che vede l’artista per lo più come un truffatore, un manipolatore e un illusionista. Ed è anche una satira nei confronti di chi considera gli artisti quasi sacri, al punto che tutte le loro produzioni (escrementi compresi) siano più che opere d’arte: reliquie da conservare.
Oggi i barattoli sono conservati in diverse collezioni d’arte, compresi il Museo del Novecento di Milano e la Tate Modern di Londra. Il valore di ciascuna scatola è stimato intorno ai 70.000 €, ben più dell’oro (che per 30 grammi ammonterebbe a 1.050 euro), ma nel 2016 un pezzo fu venduto a 220.000 euro. In realtà, pare che le scatole non contengano escrementi ma solo gesso: ulteriore beffa nella beffa. 

1969

GILBERT THE SHIT AND GEORGE THE CUNT (courtesy Gilbert & George)

GEORGE THE CUNT AND GILBERT THE SHIT (Gilberto la merda e George il coglione)
Gilbert & George

Alla fine degli anni ‘60, due artisti – l’italiano Gilbert Prousch e il britannico George Passmore, coppia nell’arte e nella vita – decisero di mettere i propri corpi al centro della loro arte, inscenando performance come “sculture viventi”: «Eravamo vivi e perché sentivamo il bisogno di riportare al centro dell’opera alcuni sentimenti che ci sembravano trascurati», dicevano.
Una delle loro prime opere è questo ritratto fotografico, intitolato GILBERT THE SHIT AND GEORGE THE CUNT”: una provocazione, ma soprattutto un modo per prevenire le critiche. “Sapevamo che ci sarebbe stata una battaglia e volevamo essere lì prima, molto prima che qualcuno potesse dire che non eravamo bravi artisti, che non eravamo capaci di fotografare o di dipingere: così molto prima che iniziassero tutte le critiche, avevamo già attaccato noi stessi”.
Era solo l’inizio di un percorso artistico che ha sempre avuto come obiettivo quello di prendere di mira le convenzioni borghesi della società. Il loro motto non lascia spazio a dubbi: “vogliamo che la nostra arte tiri fuori il bigotto che si annida nei liberali, e il liberale che si annida nel bigotto”. Dunque, un’arte provocatoria, antireligiosa, libertina, e soprattutto corporea.

GALLERIA FOTOGRAFICA (qui sotto, courtesy Gilbert & George).
Nel 1975 realizzano “COMING” (venendo, in senso erotico), un collage fotografico che mostra i loro ritratti intorno a 4 immagini di schizzi di sperma. (vedi foto 1 sotto)
Nel 1977 pubblicano “DIRTY WORDS” (cattive parole) una serie di 26 collage fotografici campeggiati da parolacce: suck (suca), bent (invertito), shit (merda), cunt (figa, coglione), bugger (frocio),  cock (cazzo), fuck (fottere) e così via. (vedi foto 2 sotto)
Nel 1994 hanno creato 20 opere intitolate “THE NAKED SHIT PICTURES” (i disegni della merda nuda) in cui Gilbert & George appaiono nudi in varie pose, affiancati da immagini di escrementi: una umanità ridotta all’essenziale, alla mera biologia delle sue parti. “c’è qualcosa di religioso nel fatto che siamo fatti di escrementi”, hanno detto. (vedi foto 3 sotto)
Nel 1996 pubblicano la serie “FUNDAMENTAL PICTURES” (quadri fondamentali) con 39 opere come “BLOODY SHIT HOUSE” (casa di merda sanguinosa) o “SHIT AND PISS” (merda e piscia). (vedi foto 4 sotto)
Gli artisti, oggi ultra 70enni, sono ancora in attività: nel 2004, fra le 38  opere di “PERVERSIVE PICTURES” hanno pubblicato un autoritratto intitolato “WHITE BASTARDS” (in cui appaiono vestiti di bianco, ma in realtà è un riferimento alle origini etniche). (vedi foto 5 sotto)
E una delle ultime opere (2016) nella serie “THE BEARD PICTURES” (le immagini della barba, 173 pezzi) si intitola “FUCK OFF HIPSTERS” (fanculo hipster). (vedi foto 6 sotto)

1987

PISS CHRIST (Wikipedia)

PISS CHRIST (Cristo di piscio)
Andres Serrano

La foto raffigura un piccolo crocefisso di plastica immerso in un bicchiere di vetro contenente l’urina dell’autore, un fotografo statunitense. L’opera ha vinto, nel 1989, il premio “Awards in the Visual Arts” messo in palio dal Southeastern Center for Contemporary Art e sponsorizzato dal National Endowment for the Arts, un ente governativo statunitense. L’esposizione dell’opera suscitò un forte scandalo negli Stati Uniti; tra i suoi principali detrattori vi furono i senatori repubblicani Al D’Amato e Jesse Helms. In un discorso tenuto il 18 maggio 1989 al Senato degli Stati Uniti, i due parlamentari accusarono l’opera di volgarità e blasfemia, sostenendo che il premio di 15.000 dollari ottenuto da Serrano per Piss Christ violava il principio di separazione tra Stato e Chiesa, in quanto finanziato con denaro pubblico. I sostenitori dell’opera, al contrario, la definirono un significativo esempio di libertà d’espressione in campo artistico; tra i suoi difensori vi fu anche la suora e critico d’arte inglese Wendy Beckett secondo la quale Piss Christ non aveva un intento blasfemo, ma rappresentava il modo in cui la società contemporanea si poneva nei riguardi di Cristo.

Nel 1997, la polemica riesplose in Australia in occasione di una retrospettiva dedicata a Serrano alla National Gallery of Victoria, quando l’arcivescovo cattolico di Melbourne, George Pell, si appellò alla Corte suprema per impedire l’esposizione della foto, ritenuta blasfema. Non ci riuscì, ma nei giorni successivi, dopo che l’opera fu danneggiata da alcuni vandali, la National Gallery decise di annullare la mostra. Nel 2011 un’altra bufera: l’opera fu esposta ad Avignone (Francia) nella manifestazione “I Believe in Miracles”: un migliaio di persone ha partecipato a una sfilata di protesta. Il giorno successivo, quattro giovani sono entrati nel museo immobilizzandone le due guardie: hanno infranto il vetro protettivo, danneggiando irrimediabilmente la foto.  

2005

SHIT FOUNTAIN

SHIT FOUNTAIN (Fontana di merda)
Jerzy S. Kenar

E’ una scultura a forma di escremento: campeggia su una fontana alta un metro, realizzata dall’artista Jerzy S. Kenar, noto a livello internazionale per le sue sculture a tema religioso.
Quest’opera, però, nasce con un altro intento: è un monito ironico ai “cani del vicinato”, che lasciano in giro i propri escrementi, senza che i loro padroni li ripuliscano. La fontana, infatti, è installata nel giardino di casa Kenar,  al 1001 North Wolcott Avenue ad Augusta, negli Usa.

2006

Il graffito in Norvegia (courtesy Nick Walker)

MOONA LISA
Nick Walker

Walker è un artista di strada britannico. Ecco il suo racconto di com’è nata quest’opera: “Stavo discutendo con alcuni colleghi, fra cui il celebre graffitaro Bansky, su come realizzare una nuova, irriverente versione della Monna Lisa. Ma era già stato fatto tutto (vedi Duchamp e molti altri). A un certo punto ho pensato che bastava aggiungere al suo nome un’altra O, e sarebbe diventata una mooner (in inglese, “to moon” significa mostrare il sedere in segno di disprezzo, scherzo, dispetto, provocazione): Moona Lisa, per l’appunto! Il motivo per cui sorride è perché sta per voltarsi e mostrare il culo“. Dunque, Walker ha dipinto un gestaccio (di cui ho parlato qui).
Questa irriverente (la più irriverente) versione della Gioconda è stata prima dipinta su un muro in Norvegia. Poi una sua copia è stata venduta alla Bonhams’s Urban Art auction di Londra per 54mila steriine (62mila euro).

2007

GOLD PLATED POOP

GOLD PLATED POOP (Cacca placcata oro)
Terence Koh

Nel 2007, un artista cinese naturalizzato in Canada, Terence Koh, ha esposto  una sua irriverente opera all’Art Basel, una fiera d’arte moderna a Basilea (Svizzera): consisteva in teche di vetro che contenevano i suoi escrementi placcati in oro. Una versione più elegante, o quantomeno intrinsecamente preziosa, della merda d’artista di Manzoni. Tanto che l’opera è stata venduta per 500.000 dollari.

2008

L’installazione gonfiabile in Svizzera.

COMPLEX SHIT (merda complessa)
Paul McCarthy

Nell’estate del 2008, l’artista statunitense Paul McCarthy ha messo un’installazione sul terreno del Centro Paul Klee di Berna, in Svizzera: un tessuto di nylon rivestito di vinile, di inequivocabile forma e color marrone, su un quadrato di 15 metri di lato. Raffigurava una massiccia cacca di cane alta 33 metri, come un palazzo di 11 pianiUna forte folata di vento, però, ne ha distaccato gli ormeggi facendola volare via: la cacca gonfiabile ha divelto una linea elettrica e rotto le finestre di una serra e di un’abitazione, prima di precipitare al suolo. I giornali hanno titolato: “Catastrofe di merda” e “E’ un aereo o una cacca?”.

McCarthy non è nuovo a operazioni del genere le sue performance, già dagli anni ‘70, erano fatte usando  vomito, mestruazioni, sperma, escrementi. In “SHIT FACE PAINTING” (1974), per esempio, ha steso sul suo viso barbuto una vernice gocciolante, grumosa, marrone e si  è rotolato nudo su grandi fogli di tela, tracciando così varie macchie di colore. 

Nel 1992 ha presentato le sculture “FAKE SHIT” (merda finta), torte a forma di cacca ma realizzate in alluminio verniciato (per questo le ha definite “finte”). Dieci anni dopo, nel 2002, ha proposto altre due sculture, “DICK EYE” (occhio del cazzo) e “SHIT FACE”, faccia di merda (entrambe nelle foto a lato).

2010

L.O.V.E. (Foto Shutterstock)

L.O.V.E. (libertà, odio, vendetta, eternità)
Maurizio Cattelan

Insieme alle opere di Duchamp e Manzoni, è l’opera di contenuto volgare più famosa a livello internazionale. L’opera raffigura una mano intenta nel saluto romano ma con quasi tutte le dita mozzate, come se erose dal tempo, eccetto il medio: diventa così un marmoreo e imponente “vaffanculo”, proprio di fronte alla sede della Borsa italiana a Milano. La scultura (realizzata in marmo di Carrara, alta 4,6 metri, che diventano 11 col basamento)  diventa quindi un gesto irriverente che si rivolge sia all’architettura del Ventennio di palazzo Mezzanotte, sia al mondo della finanza che esso ospita. L’accostamento fra un’opera così volgare e provocatoria e il cuore della finanza non ha eguali in tutto il mondo. Ecco perché l’ho scelta per posare per un servizio fotografico di Elena Datrino  (potete vederlo qui). 

2014

Il ritratto di Zuckerberg dipinto con escrementi (The Hole).

“SHITHEAD1” (testa di merda1)
Katsu

L’opera è stata esposta nel 2015 alla galleria “The hole” di New York e ha fatto scalpore. Non tanto per il titolo, quanto per il materiale usato (la cacca dell’artista) e soprattutto per il soggetto rappresentato: Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook.
“Volevo esprimere il mio disappunto verso chi manipola le nostre vite, Zuckerberg merita di essere ridicolizzato”, ha spiegato l’autore, L’opera faceva parte di un trittico di “teste di merda” insieme al ritratto di Eric Schmidt, ai tempi amministratore delegato di Google, e di un cane, uno springer spaniel. 

2018

La luminaria “STRONZO” (courtesy Domenico Pellegrino)

STRONZO
Domenico Pellegrino

Pellegrino è un artista palermitano noto per la sua ricerca legata alle tradizioni popolari siciliane, comprese le luminarie. Questa installazione consiste in 7 pannelli in legno, dipinti a olio e illuminati da luci led che compongono il celebre insulto (per il suo significato, leggi questo articolo). Uno “stronzo d’artista“. L’opera, racconta Pellegrino, è legata a un fatto di cronaca: il commento polemico di Gianfranco Micciché, presidente della regione Sicilia, nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’episodio risale all’estate scorsa, quando Salvini aveva bloccato 190 migranti a bordo della nave Diciotti per attuare un braccio di ferro con le autorità europee.
Miccicché aveva attaccato il ministro su Facebook, scrivendo: «Non so come tu riesca a dormire al pensiero di quanta sofferenza si stia procurando nel tuo nome… Salvini, non agisci così perché intollerante o razzista. Perché nel lasciare 190 persone per tre giorni in balìa di malattie e stenti su una nave non c’entra niente la razza o la diversità, c’entra l’essere disumani, sadici. E per cosa poi, per prendere 100 voti in più?  Salvini, fattene una ragione, non sei razzista: sei solo stronzo».
L’episodio ha ispirato Pellegrino: «Ho voluto prendere in prestito il commento di Miccichè su Salvini perché è stato diretto – spiega – e per scuotere le menti assopite bisogna essere incisivi, forti e diretti». Ancora non si sa dove sarà collocata l’opera, al momento ancora nello studio dell’artista. 

2020

VIVA QUESTO MONDO DI MERDA

Serena Fineschi

L’opera è un manifesto realizzato da Serena Fineschi, artista toscana, per la rassegna Opera Viva Barriera di Milano. E’ la fotografia di una piccola porzione della sua pelle, su cui è stata tatuata una frase (tratta da un lavoro del 2011) che è al tempo stesso una dichiarazione di intenti e un inno d’amore. “Significa che, nonostante siamo perfettamente consapevoli dei problemi e delle crisi che attraversano il mondo contemporaneo, nonostante le società occidentali stiano mostrando tutte le loro crepe (che il Covid ha ampliato e reso ancora più visibili), nonostante tutto questo e proprio per questo non rinunciamo a dichiarare a gran voce il nostro amore per la vita”.

 

Dedico questo post all’amica Frida, che mi ha messo la pulce nell’orecchio (e che pulce!) parlandomi di Duchamp.

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Parolacce, la “Top ten” del 2017 https://www.parolacce.org/2018/01/04/classifica-parolacce-anno/ https://www.parolacce.org/2018/01/04/classifica-parolacce-anno/#respond Thu, 04 Jan 2018 10:36:34 +0000 https://www.parolacce.org/?p=13527 Quali sono state le parolacce più notevoli del 2017, in Italia e nel mondo? In questo articolo trovate la “Top ten” degli insulti più emblematici e divertenti: una classifica che quest’anno raggiunge un traguardo importante, la 10a edizione. Come in… Continue Reading

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La “Top ten” delle parolacce 2017 (montaggio foto Shutterstock).

Quali sono state le parolacce più notevoli del 2017, in Italia e nel mondo? In questo articolo trovate la “Top ten” degli insulti più emblematici e divertenti: una classifica che quest’anno raggiunge un traguardo importante, la 10a edizione.
Come in passato, ho selezionato gli episodi con tre criteri: il loro valore simbolico, i loro effetti e la loro carica di originalità. Sono episodi rivelatori: fanno sorridere ma anche riflettere.
E a proposito di riflessioni, al termine della classifica trovate un approfondimento sugli insulti del presidente Donald Trump: un fatto senza precedenti, che sta corrodendo la democrazia negli Stati Uniti.
Qual è, secondo voi, il vincitore assoluto della Top Ten 2017? Potete scriverlo nei commenti.
Buona lettura! E auguro un felice 2018 a tutti i lettori di parolacce.org.
Se volete leggere le classifiche degli anni passati, potete cliccare sui link alle “Top ten” precedenti: 2016, 2015, 2014, 2013, 2012, 2011, 2010,  2009 e 2008.

INSULTI ATOMICI

 

“Gangster, rimbambito!”
“Pazzo, basso e grasso!”

Kim Jong-un e Donald Trump (foto Shutterstock).

[ per approfondire, clicca sul + della striscia blu qui sotto: IL FATTO ]

IL FATTO

La Corea del Nord ha avviato i suoi primi test nucleari già  nel 2006. Ma Kim Jong-un, al potere dal 2011, li ha intensificati nell’ultimo anno. Quando era in campagna elettorale, Donald Trump si era detto favorevole a incontrare Kim per tentare di disinnescare la crisi nucleare. Ma dopo la sua elezione la crisi fra i due Paesi è peggiorata, ed è diventata uno degli scacchieri internazionali in cui si gioca il confronto fra gli Usa e la Cina, alleata di ferro della Corea del Nord. E così ai test missilistici di Pyongyang è seguito il rafforzamento delle difese aeree e navali degli Usa, della Corea del Sud e del Giappone.
E mentre la minaccia nucleare resta – per fortuna – un deterrente virtuale, i veri scontri fra Usa e Corea sono stati i bombardamenti di insulti fra i leader dei due Paesi. Sono insulti dimostrativi: servono a far sentire forte la propria voce sui media internazionali, e servono soprattutto a uso interno, cioè a cementare l’opinione pubblica a fianco del proprio leader agitando lo spauracchio di un nemico esterno. Perciò, almeno fino a ora, sono stati insulti infantili, che contrastano con la drammaticità della situazione.
L’escalation è iniziata a giugno, quando è morto Otto Warmbier, uno studente americano imprigionato per 17 mesi dopo aver rubato in Corea uno striscione di propaganda. In quell’occasione Trump aveva definito “brutale” il regime di Pyongyang. Le autorità nordcoreane hanno risposto paragonando Trump a Hitler.
Era solo l’inizio: ecco una collezione degli insulti che i due leader si sono lanciati, con tutti i mezzi a disposizione (Twitter, giornali di partito, conferenze stampa) nell’anno appena trascorso: sono diventate un modo per sfogare la tensione, decisamente più innocuo rispetto alle armi nucleari, di cui, peraltro, gli Usa sono i maggiori detentori al mondo.  

  • Jong-un su Trumpgangster mentalmente squilibrato e rimbambito; vecchio lunatico; guerrafondaio; furfante e gangster che si diverte a giocare col fuoco; cane che abbaia e non morde; vigliacco; 
  • Trump su Jong-un: pazzo; basso e grasso; Rocket Man; criminale

FORMATO EXPORT

“Una troia sei! Brutta pompinara!”.

Fabio Fognini alla giudice di sedia, US Open, New York, 30 agosto 2017

[ per approfondire, clicca sul + della striscia blu qui sotto: IL FATTO ]

IL FATTO

Agli US Open, uno dei tornei di tennis più prestigiosi al mondo, Fognini ha affrontato il connazionale Stefano Travaglia. Contrariato da alcune decisioni del giudice di sedia, la svedese Louise Engzell, Fognini ha perso la calma, esclamando: “Una troia sei! Brutta pompinara!”. Sul momento, dato che nessuno capiva l’italiano, non è successo nulla: Fognini è stato battuto al primo turno da Travaglia, e la questione sembrava esaurita sul campo. Fognini se l’è cavata con una multa di 24mila dollari per condotta antisportiva. Ma dopo qualche giorno il video con gli insulti ha fatto il giro del mondo, e gli organizzatori, quando hanno saputo la traduzione delle sue frasi, l’hanno estromesso dal torneo (giocava in doppio con Simone Bolelli , con cui aveva già superato due turni) e l’hanno privato del montepremi che aveva guadagnato (circa 72.000$).
Le sue frasi insultanti hanno anche acceso polemiche politiche: alcune deputate italiane l’hanno accusato di sessismo. In un’intervista il tennista si è poi scusato per l’accaduto, dichiarando di aver sempre amato e rispettato le donne. Lo scorso settembre, la Federazione internazionale di tennis (Itf) gli ha comminato altre sanzioni: una multa di 96mila dollari (ridotta a 48mila se Fognini non commetterà ulteriori gravi infrazioni nei tornei dello Slam fino a tutto il 2019) e la minaccia di sospensione da due tornei dello Slam, uno dei quali deve essere gli Us Open, se dovesse commettere altre gravi infrazioni nei tornei dello Slam fino a tutto il 2019.
Staremo a vedere se queste sanzioni riusciranno a tenere a freno la sua impulsività: nel 2014, dopo una sconfitta, era arrivato a insultare persino suo padre presente fra il pubblico. 

REAZIONE DI MASSA

 

“Siamo tutti sbirri”.

I 25mila manifestanti alla 22° Giornata della memoria delle vittime delle mafie, Locri, 21 marzo 2017

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IL FATTO

Tutto era cominciato il 20 marzo con una scritta su un muro di Locri, in Calabria, terra di ‘ndrangheta. Poche ore dopo la visita in città del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su una parete dell’arcivescovado, dove era ospitato don Luigi Ciotti, presidente di Libera (associazione che si occupa di sensibilizzazione e contrasto al fenomeno delle mafie) era apparsa la scritta “Don Ciotti sbirro, più lavoro meno sbirri”.  Occorre ricordare che “sbirro” è un termine spregiativo per indicare  i poliziotti: deriva dal latino “birrum” (rosso), perché un tempo le divise erano rosse. Sta a indicare un agente dispotico, che esegue gli ordini ciecamente e facendo soprusi.
La scritta ha suscitato grande indignazione: al punto che il giorno successivo, 25mila persone sono arrivate a Locri per celebrare la 22a giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa proprio da Libera e Avviso Pubblico. E un altro mezzo milione di persone ha marciato in segno di solidarietà in migliaia di piazze italiane. “Oggi a Locri siamo tutti sbirri: ricordiamo i nomi degli agenti che hanno perso la vita per la libertà e la democrazia del nostro Paese. In testa al corteo c’era la vedova del brigadiere Antonino Marino, ucciso nel 1990: indossava una maglietta con la scritta “Orgogliosa di aver sposato uno sbirro”. “Quando ho visto quelle scritte sui muri” ha detto la donna “mi si è rivoltato lo stomaco. Sono moglie e mamma di un carabiniere: gli sbirri sono persone perbene”. 

INSULTI MILIONARI

Offende i concorrenti: lo sponsor gli chiede 2,1 milioni di euro

L’acqua Rocchetta chiede i danni a Flavio Insinna dopo il suo fuori onda volgare pubblicato da “Striscia la notizia”, 2 novembre 2017

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IL FATTO

Tutto inizia il 23 maggio 2017, quando “Striscia la notizia” (tg satirico di Canale 5) manda in onda un filmato in cui Flavio Insinna, conduttore del gioco a premi “Affari tuoi” (Rai1) insulta pesantemente i propri collaboratori, accusandoli di aver scelto concorrenti inadeguati per la trasmissione, al punto da aver causato un calo di ascolti. Il filmato – girato a sua insaputa – rivela un lato inaspettato di Insinna, che si rivolge in modo rabbioso e offensivo ai suoi collaboratori, arrivando a insultare anche i concorrenti del gioco: “Nana di merda”, “sette dementi”, “Questa è una merda”…. “non mi rompete i coglioni con questa cazzo di scatola”, “La merce [i concorrenti] la scelgo io”, “Siamo riusciti a prendere degli stronzi” e così via.
Il video fa scalpore: molti fan si indignano nello scoprire questo lato di Insinna, che giorni dopo si è scusato con gli spettatori e i concorrenti, rimarcando però che quel video era stato ripreso a sua insaputa durante una riunione. Mesi dopo, l’epilogo inaspettato: la Cogedi i
nternational, distributrice del marchio Rocchetta di cui Insinna era testimonial, ha chiesto un risarcimento allo showman per le proteste dei consumatori su Facebook, il calo del fatturato e i danni di immagine. Un totale di 2 milioni e 189mila euro, che si aggiungono alla restituzione del cachet di 275 mila euro l’anno che percepiva per gli spot. Amaro il commento di Insinna: “invece di difendermi da una campagna sistematica di denigrazione mi hanno lasciato solo, scaricandomi”. 

LO SBROCCO RUBATO

“Il Grande Fratello? Sfigati, programmi di merda”.

Marco Travaglio vittima de “Le iene” (dal min. 13:23), 12 novembre 2017

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IL FATTO

Gli autori delle “Iene”, trasmissione di Italia1, hanno avuto un’idea perfida: organizzare uno scherzo a Marco Travaglio, nemico giurato di Berlusconi. Gli hanno fatto credere che suo figlio Alessandro, rapper torinese, avrebbe partecipato al Grande Fratello Vip. Alessandro Travaglio, in realtà, era complice della trasmissione. Quando il figlio gli ha chiesto di intervenire in trasmissione come ospite, il padre ha sbroccato, ignaro di essere ripreso dalle telecamere di Mediaset nascoste a sua insaputa in casa sua: «E’ una trasmissione di sfigati, morti di fama, che non hanno più fama e cercano di recuperarla, mettendo in piazza le loro mutande, le loro scoregge, le loro scopate, le loro pippe, eccetera. E’ un programma osceno. (…) Se tu pensi che ti abbiano invitato perché sei un artista, ti illudi: ti hanno invitato perché sei figlio mio, ovviamente. Non farai il tuo lavoro, farai il coglione in mezzo a un branco di coglioni, di sfigati. Emette puzza anche dal video, quel programma lì, sei sentono le puzze. (…) Non esisto per quei programmi di merda lì, che ho sempre preso per il culo e ho sempre irriso e ho sempre definito programmi diseducativi e orrendi (…) Secondo te vengo in tv a sporcare il mio nome e la mia faccia, a sputtanare un intero giornale in un programma del genere». Io vado lì da loro? Io li schifo, io gli sputo in faccia. Sono gentaglia, personaggi orrendi. Sono la feccia dell’Italia, stanno rincoglionendo milioni di persone. La sola idea di essere avvicinato a loro mi fa venire il vomito. Non esiste proprio al mondo».
Alla fine, quando il figlio gli ha rivelato che era uno scherzo, Travaglio ha tirato un sospiro di sollievo e gli ha detto: «
Idiota. Sei un coglione. Sei veramente una testa di cazzo. Sei scemo. …. Ma è uno scherzo divertente. L’importante è che non ci vai. Cominciavo a dubitare della tua sanità mentale»…

A TUTTA PAGINA

“Patata bollente”.

Titolo di “Libero” su Virginia Raggi, 10 febbraio 2017

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IL FATTO

Il titolo uscito su “Libero”, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, fa un doppio senso pesante (“patata bollente” è un problema scottante, ma può essere inteso anche come vulva eccitata), per alludere ai guai – giudiziari e forse anche sentimentali – della sindaca di Roma Virginia Raggi.
La sindaca è stata accostata dal giornale agli scandali sexy di Silvio Berlusconi: “mi limito a sottolineare che le debolezze accertate del Cavaliere meritano la medesima considerazione di quelle supposte della sindaca” scriveva Feltri. “Le valutiamo con lo stesso metro di giudizio: l’erotismo è legittimo ed è materia su cui non vale la pena di indagare. Ciascuno ha il diritto di coricarsi con chi gli garba. Si dà però il caso che Silvio pagava di tasca i propri vizietti, mentre Virginia detta Giulietta ha attinto ai soldi pubblici per triplicare lo stipendio a Romeo. Mi pare una aggravante, ma non calchiamo la mano. Invoco soltanto la par condicio per chiunque sia trascinato dalla passione”. Tant’è che “Libero” ha ripreso esattamente lo stesso titolo che si riferiva allo scandalo di Ruby con Berlusconi. Ma con due notevoli differenze: la Raggi ricopre una carica pubblica, e le sue implicazioni sexy sono tutte da provare.
Inevitabile, quindi, che il titolo sollevasse le reazioni indignate, innanzitutto da parte del movimento 5 stelle e della Raggi, che ha annunciato una denuncia a “Libero”: “Lo stile manca a chi per attaccare ricorre all’insulto volgare. Immagino le ore passate in redazione per produrre questa rara perla di letteratura.  C’è un retro-pensiero che offende non soltanto me ma tante donne e tanti uomini. Voglio soltanto svelare un segreto a questi fini intellettuali: un sindaco può essere anche donna! Quando chiederò il risarcimento per diffamazione, ovviamente, lo farò, aggiungerò anche 1 euro e 50 centesimi che ho speso per comprare per la prima ed ultima volta questo giornale”. La Raggi ha ricevuto solidarietà anche da altre forze politiche, che hanno accusato Feltri di sessismo.
Alla fine il titolo è stato punito dall’Ordine dei giornalisti, che ha comminato la sanzione della censura al direttore responsabile del quotidiano, Pietro Senaldi (la posizione di Feltri è stata archiviata mancando la prova che avesse deciso lui il titolo).
Questo scandalo non ha comunque fatto cambiare la linea del giornale, che il 15 maggio, per raccontare che i vertici del Pd non avevano partecipato alle pulizie cittadine organizzate a Roma, ha titolato con greve doppio senso: “Renzi e Boschi non scopano”.
Su questa
pagina trovate altri 14 titoli esilaranti di giornali.

PAROLACCE (DIS)EDUCATIVE

“Linguaggio pulito? Una stronzata ”.

Paolo Ruffini all’evento di “Parole ostili” contro il cyberbullismo, Milano, 15 maggio 2017

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IL FATTO

Doveva essere il trionfo del rispetto, dei buoni sentimenti, della buona educazione. Invece si è trasformato in un greve show da osteria. Era la presentazione del “Manifesto della comunicazione non ostile nelle scuole”, un decalogo educativo contro “l’hate speech” promosso da Parole O_Stili e rivolto alle scuole di tutta Italia. Gli organizzatori si sono trovati a Milano, con trentamila studenti collegati in streaming da mille scuole. alla presenza del ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli. Ma “alla fine, ironia della sorte, a far notizia è stato proprio il linguaggio. In particolare, quello usato dal conduttore dell’evento, l’attore comico toscano, Paolo Ruffini” scrive il Corriere della Sera. Un ragazzo sale sul palco e dice una parolaccia. Per Ruffini è il «la»: «Non fatemi dire parolacce — ha attaccato l’attore —, perché ci sono questi signori in giacca e cravatta che non vogliono dica parolacce, ma mi sembra assurdo non dirle, perché voi le dite e mettere una distanza tra me e voi mi sembra una stronzata». E ancora: «Chiedo scusa alla suora, al preside e alle istituzioni, al ministro, a tutti, ma fatemi dire le parolacce. Fatemele dire. Posso dire un’altra cosa? La volgarità non è dire cazzo, ma la violenza. È più volgare uno schiaffo che non dire vaffanculo». E così Ruffini si è sentito legittimato a pronunciare una sequela di espressioni scurrili: “rompimento di coglioni”, “bella ficona mia”, “ti stai cagando addosso”, “dove cazzo vai”, “prendete per il culo”, “state facendo applausi di merda”, “cazzo fai?”….
D’altronde, le parolacce sono uno dei ferri del mestiere dei comici e sono un modo per accorciare le distanze e creare un clima informale. Ma farlo in quantità industriale, e proprio in una giornata dedicata al linguaggio pulito, di fronte ai giovani e ad alte cariche dello Stato è stato un boomerang: tutti i giornali hanno notato la contraddizione stridente fra gli scopi della manifestazione e il modo in cui è stata realizzata. Visibilmente in imbarazzo gli stessi organizzatori, con la ministra Fedeli che ha detto di “essersi tappata le orecchie”. Clamorosa la decisione di Trieste, dove il collegamento è stato interrotto in seguito alle proteste dei docenti e dell’assessore all’istruzione del Friuli Venezia Giulia, Loredana Panariti. 

PAROLACCE MUSICALI

“Oooh merda”.

Radiohead, Berkeley, 18 aprile 2017
(dal minuto 2)

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IL FATTO

Durante un concerto a Berkeley (Usa), i Radiohead hanno fatto un’improvvisazione… colorita. Il cantante Thom Yorke stava improvvisando dei vocalizzi, accompagnato dal chitarrista Jonny Greenwood. I musicisti stavano usando un looper, ovvero un apparecchio in grado di riprodurre all’infinito un frammento musicale (vocale, in questo caso). Ma qualche problema tecnico ha dato noia a Greenwood, che ha esclamato “Oh shit” (Oh merda): ma l’imprecazione è stata catturata dall’effetto, ed è stata ripetuta più volte, diventando un’originale canzone improvvisata fra le risate e gli applausi del pubblico.

PAROLACCE A FIN DI BENE

«Se te ne fotti, l’Aids ti fotte».

Slogan di Anlaids per la Giornata mondiale contro l’Aids
Roma, 1 dicembre 2017

 

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IL FATTO

Lo slogan non passa inosservato. E in effetti è stato scelto proprio per questo motivo: scuotere le coscienze sul fatto che l’Hiv miete ancora tante (troppe) vittime. Anche in Italia, dove si registrano 4mila nuove diagnosi di infezione all’anno. Così l’Anlaids (Associazione nazionale lotta all’Aids) in occasione della Giornata mondiale contro l’Aids ha scelto questa frase choc per far tornare sotto i riflettori l’allarme Hiv. Unico neo della campagna, l’incongruente espressività dei testimonial (da La Pina a Saturnino): nessuno di loro ha posato in un atteggiamento ironico, allarmato, ammiccante o comunque in linea con il contenuto dello slogan. 

REAZIONE ESEMPLARE

Muntari, insultato dai tifosi, abbandona il campo.

Partita Cagliari-Pescara, Cagliari, 30 aprile 2017

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IL FATTO

E’ il secondo tempo della partita Cagliari-Pescara. A un certo punto il centrocampista del Pescara Sulley Ali Muntari, ghanese, preso di mira con cori razzisti da alcuni tifosi del Cagliari, va dall’arbitro Daniele Minelli a protestare platealmente, chiedendogli la sospensione dell’incontro. Ma il direttore di gara non apprezza i suoi modi concitati e lo ammonisce. A quel punto, il calciatore ghanese lascia volontariamente il campo per protesta.
La notizia fa il giro del mondo: ne parlano tutti i giornali europei, da “Le Monde” al “Guardian”. Due giorni dopo la vicenda, l’alto commissario per i diritti umani dell’Onu Zeid Rahad al-Hussein definisce Muntari “Un’ispirazione per tutti noi”. Ma la vicenda ha rischiato di trasformarsi in una beffa: il giudice sportivo aveva infatti inizialmente squalificato Muntari per un turno, accusandolo di aver abbandonato il campo senza permesso; ma poi la pena è stata revocata.
Contro corrente le riflessioni del vice allenatore del Cagliari Nicola Legrottaglie: «Se Muntari ha abbandonato il campo perché ferito lo posso comprendere e me ne dispiace moltissimo. Ma se lo ha fatto per protesta, lo ritengo il modo sbagliato per cambiare la situazione. Eleanor Roosvelt disse che “Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso”. Allora non stiamo al gioco di chi vuole farci sentire inferiori! Dimostriamo la nostra superiorità in ciò che facciamo, in questo caso sul terreno di gioco. Uscendo dal campo si rafforza il gesto dei razzisti, enfatizzandolo e portandolo a compimento. Vi ricordate Jesse Owens? Se si fosse ritirato dalle olimpiadi del regime fascista perchè minacciato e gravemente offeso non avrebbe mostrato al mondo la sua superiorità come atleta e come uomo, sgretolando, come ha fatto, la tesi sulla supremazia della razza ariana».

PAROLACCE E POTERE

Donald Trump (Shutterstock).

Perché tornare a parlare degli insulti di Donald Trump? Perché un aspetto è rimasto in ombra: il turpiloquio gli sta dando un potere senza precedenti. Che forse potrebbe esplodergli fra le mani.
Trump ci aveva abituato alle offese durante la sua campagna elettorale: è stato uno dei modi (lo raccontavo in questo articolo) con cui si è presentato come leader innovativo e vicino alla gente. Da quando – un anno fa – è diventato presidente, non ha cambiato stile comunicativo. Ma non è un fatto indolore.
Nell’uso di insulti, Trump somiglia a Silvio Berlusconi: è stato un uomo di spettacolo (ha condotto un talent show, “The apprentice”), ed è un uomo d’affari milionario. Due caratteristiche che gli rendono facile e spontaneo l’uso delle parolacce, sia come elemento di spettacolo, sia come sintomo di una libertà maggiore: in generale, infatti, agli eccentrici – milionari, artisti, vecchi, aristocratici – si perdonano gli eccessi, compreso il linguaggio eccessivo (come raccontavo qui).

Ma Trump non è solo un milionario eccentrico: è il presidente degli Stati Uniti d’America, dunque una persona con un ruolo fortemente simbolico, dotato di ampi poteri e privilegi. Ma questo ruolo è incompatibile con l’uso di insulti. Il presidente di uno Stato democratico, infatti, rappresenta tutta la nazione e non solo la parte che lo ha eletto: additare e offendere nemici interni gli serve a cementare il consenso dei propri supporter, ma aumenta il livore da parte degli avversari. Risultato: negli Usa l’opinione pubblica è fortemente divisa. E Trump sta attirando su di sè molto livore.
Ma non è l’unico effetto negativo: con l’uso degli insulti Trump sta aumentando il proprio potere. Trump è libero di insultare chi vuole, ma non vale il contrario. Come avviene in tutti i Paesi, chi offende la più alta carica di uno Stato rischia sanzioni pesanti. Ma nessun legislatore ha previsto pene particolari se è un presidente a insultare gli altri, proprio perché quel ruolo dovrebbe implicare il rispetto di tutto il Paese che rappresenta. E così, grazie a questo vuoto legislativo, Trump acquisisce un potere senza precedenti: la licenza di offendere.

Il tweet con cui Trump ha annunciato che pubblicherà la lista dei media più disonesti e corrotti.

Dall’alto del suo potere, Trump rompe tutti i tabù di una democrazia, infangando non solo gli avversari politici ma anche le altre istituzioni e la stampa: ciclicamente, infatti, minaccia di pubblicare le liste dei “cattivi giornalisti”. In questo atteggiamento ricorda Rodrigo Duterte, il presidente delle Filippine che (come avevo raccontato) è arrivato a insultare persino il papa e l’Onu.
Trump, insomma, guida gli Stati Uniti come guiderebbe la propria azienda: non tollera controlli e contrappesi al proprio potere. Il suo è un tentativo di corrodere, svilendoli, gli oppositori e chiunque lo critichi. E per arrivare a questo obiettivo, non esita a confondere le acque e mescolare le carte in tavola, tentando di dimostrare che non esistono verità oggettive ma che un’opinione vale l’altra. Perfino in campo scientifico: nei documenti del governo, infatti, al posto di “basato sulla scienza” vorrebbe  l’espressione “raccomandato  in considerazione dei desideri della comunità”.
Ma questa concentrazione di potere non è solo merito (o demerito) suo. Nei mesi scorsi, molti utenti di Twitter avevano protestato perché Trump, a differenza di tutti gli altri utenti, non viene censurato o bloccato quando twitta insulti. Di fronte a questa evidente disparità, il fondatore di Twitter Jack Dorsey ha dato una risposta disarmante: Trump “non viene silenziato perché ciò che dice fa notizia“. Vero, ma la risposta sembra una forma di piaggeria verso il potente. E vuol dire anche che se Trump insulta qualcuno fa salire l’audience – e quindi i guadagni – dei media. Insomma, in cambio di denaro e visibilità un mezzo di comunicazione rinuncia alla giustizia e all’equità.
Questo scenario, comunque, non è esente da rischi per Trump:  molte delle sue prese di posizione si trasformano in boomerang, perché con gli insulti manca di rispetto a chi non la pensa come lui. E’ un atteggiamento incompatibile con una democrazia, tant’è che in molti casi Trump ha dovuto tornare sui propri passi. Gli attacchi frontali di Trump sono in realtà il sintomo della sua debolezza: spesso li usa per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica da problemi più grandi e pressanti (come ad esempio le inchieste sul Russiagate che lo riguardano). Ma forse non ha messo in conto che, attaccando gli altri, rende legittimo anche il contrario: se lui è il presidente solo di una parte del Paese, l’altra parte può sentirsi legittimata ad attaccarlo e svilirlo a sua volta.
 Difficile prevedere come andrà a finire. 

Hanno parlato di questo articolo AdnKronos e l’Indro.

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“Per dire parolacce ci vuole autorevolezza. Io mi sono fatto 40 anni di palchi e ho l’autorevolezza per mandarli tutti a quel paese; voi no, lasciate stare…”.
Così Beppe Grillo, ieri, si è rivolto ai parlamentari del Movimento 5 stelle. La sua frase mi ha colpito, perché Grillo ha detto una cosa palesemente falsa: occorre autorevolezza per dire parolacce?
Le ricerche di psicolinguistica dicono l’esatto contrario: chi usa un linguaggio volgare l’autorevolezza la perde. Soprattutto se è una persona con alte responsabilità e importanti ruoli sociali (docente, venditore, medico…).
Eppure, nella frase di Grillo c’è qualcosa di vero. Ci sono persone che riescono a dire parolacce impunemente, senza scalfire granché la propria autorevolezza: non solo lui, ma anche Silvio Berlusconi, Mara Maionchi, Umberto Bossi, Charles Bukowski o Linus Torvalds, l’inventore del sistema operativo Linux. Perché loro hanno questo privilegio, la licenza di dire parolacce?

La risposta l’ha data un grande etologo, ovvero uno studioso del comportamento animale: Desmond Morris. Nel libro “L’uomo e i suoi gesti” (1992), Morris dice che ogni atto umano ha un “tasso di esposizione” a seconda di quanto sia pubblico o privato: alcuni atti (fare sesso, defecare) sono totalmente privati, mentre altri (camminare) sono pubblici.
Il confine fra le due categorie è figlio di convenzioni sociali: chi compie in pubblico un atto privato (cioè fa un atto di “iper-esposizione“), fa scandalo perché rompe una regola di convivenza sociale.
Ma ci sono alcune categorie di persone che possono violare impunemente queste regole: innanzitutto i bambini, che possono fare pipì in pubblico perché sono inconsapevoli delle regole di convivenza sociale. Lo stesso vale anche per i malati: chi è troppo malato per curarsi delle regole, o è regredito a una dipendenza di tipo infantile, può restare nudo o dire parolacce senza temere ripercussioni.

Desmond Morris.

Infine, dice Morris, c’è una terza categoria di autorizzati: gli eccentrici. Chi occupa un posto particolarmente importante nella società, sia che l’abbia ereditato (figli d’arte, rampolli dell’alta società) oppure se lo sia conquistato con il proprio talento (artistico, politico, finanziario, tecnologico…), può impunemente estendere i propri capricci privati nella vita pubblica.
“Se un individuo simile indulge pubblicamente ad atti privati disinibiti, il suo comportamento è classificato come eccentrico, piuttosto che come offensivo, e una volta che è stato posto in questa categoria cessa di essere una minaccia sociale. Diventa innocuo. A individui del genere non solo è permesso di esporsi molto oltre la norma culturale, ma, una volta che i suoi eccessi siano divenuti familiari, ci si aspetta che lo facciano“, scrive Morris.
In pratica, ai “matti” è concesso tutto o quasi. Con persone di questo genere siamo disposti a chiudere un occhio sulle  regole e tolleriamo la loro maleducazione verbale: “il poeta ubriacone, il rissoso attore di Hollywood, il genio pazzo, la famosa vamp, il comico che ama insultare la gente, l’attrice isterica, il vecchio vizioso, il professore distratto, l’aristocratico con poco cervello e la vecchia litigiosa sono alcuni dei personaggi che rientrano in questa speciale categoria, e le cui gesta riempiono le rubriche di pettegolezzi, divertendoci con iper-esposizioni che in altri potrebbero farci arrabbiare”.
Parole profetiche: penso che chiunque abbia letto queste righe ha pensato a un personaggio reale (e forse abbiamo pensato gli stessi!).
Se poi i nostri politici siano più eccentrici (cioè artisti, creativi), bambini o malati: beh, questa è un’altra questione.

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Manifesto dei laburisti: a chi credete? Alla polizia o al conservatore Andrew Mitchell?

Uno scandalo martellante sui giornali. Una crisi di governo. Manifestazioni di piazza. La dimissione di un segretario parlamentare. Le ombre di un complotto. Un’inchiesta che impegna 30 poliziotti da mesi… Può un semplice insulto scatenare tutte queste reazioni? Sì.
Il caso è scoppiato in Gran Bretagna, ed è costato la carriera politica – almeno per ora – al capogruppo del partito di maggioranza, i conservatori, Andrew Mitchell. Il quale, secondo le accuse, avrebbe detto a un poliziotto: «Sarà meglio che impari a stare al tuo fottuto posto. Tu non fai funzionare questo fottuto governo. Sei un fottuto plebeo» («Best you learn your fucking place. You don’t run this fucking government … You’re fucking plebs»).
Ma i poliziotti non si sono lasciati impressionare: lo hanno accompagnato al cancello pedonale, e prima di andarsene, Mitchell è sbottato. Al punto che gli agenti hanno dovuto ricordargli che rischiava l’arresto se avesse continuato a insultarli.

La copertina del "Sun" che ha denunciato il caso.

Il poliziotto ha fatto rapporto ai propri superiori e la storia è finita sui giornali: lo scoop è stato del “Sun”, e pochi giorni dopo il “Telegraph” ha pubblicato integralmente il verbale dell’episodio. Che ha fatto scandalo, per vari motivi: non tanto per le parolacce, quanto soprattutto per l’insulto classista («plebeo») al poliziotto, che per inciso era una donna, stando a quanto riferisce ancora il “Telegraph.
“Plebeo” è chi appartiene a un ceto sociale basso, e per traslato significa anche “inferiore”, in tutti i sensi. Detto da un esponente del governo, conservatore (per tradizione, il partito dei ricchi e dei privilegiati) e per di più un ricco banchiere quale è Mitchell, il caso non poteva che suscitare un’ondata di indignazione.
Con un’ulteriore aggravante: è uno dei rari casi (in Gran Bretagna, non certo in Italia) in cui un’istituzione offende un’altra istituzione. Nello specifico, un politico di governo insulta un esponente delle forze dell’ordine. Una situazione che rischia di provocare un pericoloso cortocircuito: se il Potere non rispetta se stesso, perché dovrebbero rispettarlo i comuni cittadini? E all’interno del Potere, c’è un Potere di serie A (i politici) e uno di serie B (i poliziotti)?
Insomma, un caso molto scivoloso, che è stato ribattezzato dai media britannici
il “plebgate“, parafrasando il Watergate.

Una delle T-shirt di protesta: "plebeo e orgoglioso".

La stampa e la tv lo hanno cavalcato per giorni, ma anche la politica (molti, anche tra i conservatori, hanno caldeggiato le dimissioni di Mitchell) e la stessa polizia: diversi agenti hanno manifestato davanti alle sedi del governo indossando una T-shirt con la scritta “PC pleb and proud”, ovvero “Agente di polizia (Police Constable) plebeo e orgoglioso”.
Una reazione simile era accaduta in Italia, quando nel 2006
Berlusconi definì «coglioni» gli elettori di sinistra, che reagirono scendendo in piazza con cartelli “Io sono un coglione” o “Fiero di essere un coglione”.

Mitchell, dal canto suo, ha negato di aver insultato la poliziotta, ammettendo solo di essere sbottato in uno sfogo colorito: «Ragazzi, si suppone che voi dobbiate darci un fottuto aiuto» («You guys are supposed to fucking help us»). Mitchell si è comunque scusato per l’espressione, ma questo non è bastato a spegnere le polemiche.

La lettera di dimissioni di Mitchell.

Al punto che, dopo poco più di un mese dall’episodio, il 19 ottobre, Mitchell ha dovuto rassegnare le sue dimissioni al premier David Cameron, ribadendo la propria versione dei fatti, scusandosi per il linguaggio inappropriato, ma dicendo ancora una volta di non aver dato dei “plebei” agli agenti. Mitchell si è detto costretto a uscire di scena per non mettere in difficoltà i propri familiari e colleghi di partito.
Ma i colpi di scena non sono finiti. Un sedicente testimone che aveva scritto una mail al vice di Mitchell, confermando la versione della polizia, si è rivelato un mentitore. E il mese scorso il “Guardian” ha pubblicato il filmato dell’epsiodio, registrato dalle telecamere a circuito chiuso di Downing Street. Il video sembra smentire questa versione dei fatti: si vedono l’agente che accompagna Mitchell al portone, senza interazioni e in silenzio. Un episodio che si esaurisce in 20 secondi, e apparentemente senza testimoni.
E così il caso si è riaperto:  la polizia vi ha dedicato 30 agenti (“operazione Alice”) e molti hanno gridato al complotto. Ma l’inchiesta non è ancora finita, e non si escludono ulteriori colpi di scena.

Nel frattempo, la Gran Bretagna si prepara a riformare le leggi sull’ordine pubblico, depenalizzando gli insulti. Un provvedimento “ad personam”? No: le discussioni su questo tema erano iniziate a maggio dell’anno scorso, ben prima del “plebgate”. Oggi in Gran Bretagna, la Legge sull’ordine pubblico del 1986 prevede ammende fino a 1.000 sterline e l’arresto per chi usa parole minacciose, offensive, ingiuriose che possano causare molestie, allarme o disagio.
Il problema è che la legge britannica non definisce in modo chiaro in che cosa può consistere un comportamento insultante. E questo ha innescato casi paradossali: nel 2006 uno studente universitario un po’ alticcio aveva chiesto a un agente di polizia se il suo cavallo fosse gay. Il poliziotto gli elevò una contravvenzione di 80 sterline, ma lo studente si rifiutò di pagarla e finì in cella. E non è stato l’unico caso del genere: un altro giovane era finito dietro le sbarre per aver definito Scientology un “culto pericoloso”.

Così un gruppo di parlamentari, guidati dal conservatore David Davis, hanno lanciato la campagna “Feel free to insult me” (Sentiti libero di insultarmi), per riformare la legge, considerata un eccessivo limite alla libertà di espressione. Una campagna a cui aveva aderito anche l’attore comico Rowan Atkinson (Mr Bean).
Pochi giorni fa il segretario di Stato Agli affari interni, Theresa May, ha annunciato che la legge sarà riformata. Che succederà? Chiunque potrà avvicinarsi a un poliziotto e dirgli che è un plebeo? Probabilmente no. In realtà la riforma nasce dal fatto che diversi britannici sono finiti nei guai con la giustizia semplicemente per aver esercitato un sacrosanto diritto di critica, anche con prove documentate (com’è avvenuto al giornalista del “Guardian” Simon Singh che aveva criticato l’efficacia delle cure chiropratiche). E questo mina la democrazia ben più a fondo che offendere un agente: se non posso chiamare “ladro” uno che ruba, che civiltà è?

 

Su questo post sono stato intervistato da radio Capital, nella trasmissione “Capital in the world” del 21 gennaio intitolata, per l’occasione, “Parolacce in the world”. Per sentire la puntata basta cliccare qui.

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Le canzoni più volgari d’Italia https://www.parolacce.org/2011/10/19/le-canzoni-piu-volgari-ditalia/ https://www.parolacce.org/2011/10/19/le-canzoni-piu-volgari-ditalia/#comments Wed, 19 Oct 2011 13:45:54 +0000 https://www.parolacce.org/?p=425 Fanno ancora scandalo le parolacce nelle canzoni? Evidentemente sì. La questione si è (ri)aperta con l’ultimo singolo di Luca Carboni, “Cazzo che bello l’amore”: il brano è censurato alla radio, ha denunciato Jovanotti. E così si è scatenata un’ironica gara al titolo… Continue Reading

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Fanno ancora scandalo le parolacce nelle canzoni? Evidentemente sì. La questione si è (ri)aperta con l’ultimo singolo di Luca Carboni, “Cazzo che bello l’amore”: il brano è censurato alla radio, ha denunciato Jovanotti. E così si è scatenata un’ironica gara al titolo “politicamente corretto”: da “Mi consenta che bello l’amore” a “Capperi che bello l’amore”…
La notizia, comunque, è sorprendente. Anche perché non è né il primo caso, né il più grave nella storia della musica leggera italiana. Come ho ricordato nel mio libro, i primi che nella musica italiana hanno fatto scandalo con le parolacce furono gli Squallor nel 1973 con l’album “Troia” (seguito da “Pompa”, “Vacca”, “Cappelle”): un gruppo goliardico, antesignano di Elio e le storie tese, che all’inizio, per beffare la censura, giocava pesantemente sui doppi sensi. (In home page, foto Shutterstock)

Ma torniamo per un attimo a Carboni. Come sempre, per giudicare una parolaccia bisogna inserirla nel contesto, sia della canzone stessa che della nostra epoca. La canzone, vista senza moralismi, è un inno all’amore, in stile naif com’è tipico di Carboni. E la parolaccia ha un senso rafforzativo, colloquiale: non mi pare che voglia creare scandalo, o far leva su emozioni di basso profilo. Certo, è sgradevole ascoltare il brano per radio mentre si viaggia con i figli piccoli in auto, ma è altrettanto vero che in tv, per strada, nei bar, negli stadi i nostri bambini ascoltano parole ben peggiori (e raramente con spirito romantico…). Sicuramente Carboni paga lo scotto di una volgarità nel titolo: di certo è imbarazzante per un dj annunciare in radio «E ora trasmettiamo l’ultima canzone di Luca Carboni, “Cazzo che bello l’amore”!». E’ probabile che se l’esclamazione incriminata fosse stata solo all’interno del brano, sarebbe stata digerita più facilmente. Lo testimoniano due illustri precedenti: Zucchero, che nel 1987 lanciò “Pippo” (“che cazzo fai?”) e Giorgio Faletti nel 1994 con “Signor tenente” (“minchia signor tenente”).

Ma il “caso Carboni” mi ha acceso anche una curiosità: qual è la canzone più volgare nella storia della musica italiana? La domanda è ambigua: il primato può essere misurato sia per la quantità totale di parolacce, anche ripetute, sia per qualità, ovvero per la presenza di vari tipi di parolacce. Sciolto questo dilemma, la risposta resta difficile: non ho trovato qualcuno che si sia preso la briga di fare un censimento del genere. Quindi, se fra i naviganti c’è qualcuno che conosce casi più notevoli, mi scriva e integrerò l’elenco.

Il rapper italiano Fabri Fibra.

Ma prima di dare i numeri, una piccola analisi. Le canzoni che contengono parolacce possono essere classificate in 4 grandi filoni:

1)    invettive: canzoni di protesta, individuale o sociale. Il sentimento che le anima è la rabbia.

2)    goliardiche: canzoni scritte a scopi umoristici con varietà di argomenti: sesso, satira politica, escrementi… Sentimento: umorismo, gioco.

3)    oscene: parlano apertamente di sesso, senza filtro. Sentimento: eccitazione.

4)    colloquiali: usano il linguaggio di strada per esprimere i contenuti più vari  (è il caso della canzone di Carboni). Sentimento: un’ampia varietà, espressi con registro colloquiale.

Ed ecco la classifica:

Interprete Canzone e anno Quantità totale di parolacce Tipi di parolacce Filone
Bassi Maestro/Fabri Fibra S.A.I.C. (Succhiateci ancora il cazzo) 2004 30  (cazzo 13, feccia 1, vaffanculo 2,  culo 3, mafia 1, melma 1, cazzate 1, spompinare 1, boia 1, sborrare 1, troia 1, scemo 1, rincoglionito 1, leccapalle 1, incazzarsi 1) 15 invettiva
Squallor Cornutone 1981 30 (cess 1, fanculo 1, cornutone 4, chiamare, 3, bucchina 2, pereto 2, zizze 3, cazz 4, fess 5, cacà 1, arrizzà 3, puttana 1) 12 goliardica
Fabri Fibra Rap in vena 2004

 

25 (sbattere 3, cazzo 9, pisciare 1, troia 1, sborrare 2, stronzo 1, scemo 1, merda 1, pazzo 1, troia 1, uccello 1, pacco 1, scopare 1, culo 1) 14 invettiva
Fabri Fibra Solo una botta 2004 21 (cazzata 1, chiappa 1, palle 1, cazzo 5, figa 2, culo 1, bocchino 1, scopare 2, cappella 1, mignotta 2, sborrare 1, venire 1, incazzare 1, pugnetta 1) 14 oscena
Elio e le storie tese Supergiovane 19 (bastardo, buliccio, iarruso, buco, puppo, cagare, caghineris, fesso, figa 2, figo, porco dito, porco dighel, zio cantante, puttana 2,  ricchione, sburra, scorreggia) 17 goliardica
Roberto Benigni Inno del corpo sciolto 1979 18 (cagare 7, culo 2, cagone 1, cessi 1, merda 4, incazzare 1, merdone 1, stronzone 1) 8 goliardica
Francesco Guccini L’avvelenata 1976 17 (stronzo 2, cazzo 1, culo 2, fregare 1, bega 1, scopare 1, buffone 1, negro 1, frocio 1, cretino 1, cesso 1, coglioni 1, cazzate 1, casino 1, fesso 1) 15 invettiva
Fabri Fibra Coccole 2006 17 (coglioni 1, troie 7, mignotte 6, zoccole 3) 4 invettiva
Fabri Fibra Venerdì 17  2004 17 (froci 1, recchioni 1, merda 2, puttane 1, ruffiane 1, cazzo 6, incazzarsi 1, schifo 1, sborra 1, sfiga 1, sbirro 1) 11 invettiva
Fabri Fibra Non fare la puttana 2004 17 (puttana 9, sbatto 1, culo 2, cazzo 2, merda 1, sega 1, cappella 1) 7 invettiva
Marco Masini Vaffanculo 1993 14 (vaffanculo 13, pazzo 1) 2 invettiva
Marco Masini Bella stronza  1996 (stronza 7, culo 1, puttana 1) 3 invettiva
Giorgio Faletti Signor tenente 1994 (minchia 6) 1 colloquiale
Vasco Rossi Nessun pericolo per te 1996 (1 fucking, 1 puttana, 2 vai affanculo, 2 cazzo) 4 invettiva, ribelle

Dunque, il re del turpiloquio nelle canzoni italiane è senz’altro Fabri Fibra (e il suo album del 2004 “Mr Simpatia”, anche se in realtà tutta la sua produzione è ad alto tasso di parolacce). Nella classifica resistono ancora due “classici” come “L’avvelenata” di Guccini e “L’inno del corpo sciolto”, ma è soprattutto la rabbia delle invettive a produrre il maggior numero di canzoni volgari. E ancora vi scandalizzate perché Carboni dice 4 misere volte “cazzo”?

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