In ogni caso, la ricerca merita di essere letta anche per la mole di dati che ha interpretato. Solo 20 anni fa sarebbe stata impensabile: all’epoca, per studiare la lingua parlata ci si doveva armare di registratore, girare per le strade e infine trascrivere a mano e catalogare tutte le parole registrate. Un lavoro certosino che, nel 1994, proprio in questo modo ha generato la Banca dati dell’italiano parlato. Un database preziosissimo (è il più corposo dei 5 “corpora” di lingua parlata esistenti in italiano) che però era limitato a un campione di 1.653 parlanti, quasi un decimillesimo rispetto a quelli studiati dalla Wright State university. Oggi invece, grazie all’informatica, si possono elaborare anche milioni di dati, e per la linguistica è una vera manna.
Ecco le 9 scoperte che hanno fatto gli scienziati.
I ricercatori hanno censito la frequenza d’uso di 788 parolacce in inglese, comprese le varianti digitali (la Computer mediated communication, ovvero le parole abbreviate o camuffate tipiche dell’informatica, per intenderci: $hit, b1tch, f*ck, che in italiano diventerebbero m&rda, tro1a, fan*ulo). Ebbene, su Twitter le parolacce sono l’1,15% di tutte le parole: ve ne aspettavate molte di più? Probabile, ma sappiate che anche nella conversazione a voce le parolacce non sono poi tante: sono solo lo 0,5% delle parole, come aveva rilevato una passata ricerca. In ogni caso, su Twitter si dicono pur sempre più del doppio di parolacce rispetto a quante se ne dicono a voce.
I tweet che contengono parolacce sono il 7,73% (uno su 13), ovvero il doppio di quanto è stato rilevato nelle chat (3%) in un’altra ricerca. Dunque, su Twitter si impreca, si insulta molto (rispetto ad altri mezzi di comunicazione): il motivo? Semplice: nascosti dal display di un cellulare o dal monitor di computer (e magari anche dietro un’identità fittizia) ci si sente più liberi d’esprimersi senza censure.
Nella tabella qui sotto potete leggere le 10 parolacce più twittate in inglese. Bastano le prime 7 (con i loro derivati e varianti) a coprire oltre il 90% di tutte le parolacce. Altra osservazione interessante: la maggioranza sono a sfondo sessuale (6: fuck, ass, bitch, whore, dick, pussy), seguito da quello escrementizio (2: shit, piss), etnico (1: nigga) e religioso (1: hell). A occhio, nei tweet in italiano potremmo avere la stessa proporzione di categorie di significato, ma con un lessico diverso.
Parolaccia | Frequenza |
fuck (fottere, scopare, fanculo) | 34,73% |
shit (merda) | 15,04% |
ass (culo, stupido) | 14,48% |
bitch (cagna) | 10.34% |
nigga (negro) | 9,68% |
hell (inferno) | 4,46% |
whore (troia) | 1,82% |
dick (cazzo) | 1,67% |
piss (pisciare, piscia) | 1,53% |
pussy (passera) | 1,16% |
Un tweet di Daniele Viotti (europarlamentare gay del Pd), infuriato con la componente cattolica del partito su unioni civili e stepchild adoption.
La domanda è interessante, ma viene da chiedersi come abbiano fatto i ricercatori a ricavare questa informazione leggendo 51 milioni di messaggi. Semplice: hanno usato un software automatico di riconoscimento di testo, Liwc (Linguistic Inquiry and Word Count), capace di analizzare e collegare i tweet alle 7 emozioni primarie (quelle fondamentali, presenti in ogni cultura): gioia, tristezza, rabbia, amore, paura, gratitudine e sorpresa. Dopo una fase di test su 500mila tweet, i ricercatori hanno però deciso di scartare sorpresa e paura perché il programma aveva una precisione inferiore al 65%. Pur premettendo che il software è tutt’altro che infallibile, ecco i risultati. Le parolacce nei tweet sono associate per lo più alle emozioni negative: a tristezza (21,83%) e rabbia (19,79%); per contrasto, infatti, solo l’11,31% dei tweet senza parolacce esprimevano tristezza e il 4,5% rabbia. Ma, osservano i ricercatori, non va trascurato il fatto che, comunque, il 6,59% dei tweet volgari esprimeva amore: le parolacce, infatti, si usano anche per enfatizzare emozioni positive (“che figata!”), nell’erotismo (“ti scoperei”) o per confidenza fra amici (“Non fare il pirla!”). Per quanto riguarda il tasso di frequenza di messaggi volgari all’interno di ciascuna emozione, il 23,82% dei tweet rabbiosi conteneva parolacce, contro il 13,93% di quelli tristi, il 4,16% di quelli d’’amore, il 3,26% di quelli di gratitudine e il 2,5% di quelli di gioia. In sintesi: se devo esprimere la rabbia tendo a farlo attraverso le parolacce; mentre in assoluto, la maggior percentuale di tweet volgari è figlio di un senso di tristezza.
I momenti più “caldi” per insultare o imprecare sono fra le ore 21 e le 22. La maggior concentrazione di tweet volgari si registra dalle 22 all’1,30 di notte. Si è più volgari all‘inizio della settimana (dal lunedì al mercoledì) rispetto agli altri giorni, in cui – ipotizzano i ricercatori – si è più rilassati (cliccare sui diagrammi per ingrandirli).
La più alta concentrazione di parolacce è nei retweet: i commenti senza censure sono quelli più popolari e letti. Insomma, la parolaccia fa notizia e si diffonde col passaparola.
Combinando i Tweet con Foursquare, la rete sociale basata sulla geolocalizzazione degli utenti, i ricercatori hanno identificato da quali luoghi twittavano gli autori dei tweet volgari. Risultato: per lo più da casa (7,08%), seguita da università (6,45%), negozi (6,41%), locali notturni (6,37%), luoghi ricreativi (5,7%). Ovvero nei luoghi informali. Gli ambienti naturali (parchi, spiagge, montagna) sono quelli in cui si impreca di meno (4,9%): forse perché all’aperto si è più rilassati, immaginano ancora gli scienziati. E quindi si ha di meglio da fare che stare a twittare insulti, aggiungo.
Incrociando le parolacce con il sesso degli utenti, i ricercatori hanno appurato che si è più sboccati soprattutto quando si sta insieme a persone del proprio sesso. E com’era facilmente prevedibile, il tasso più elevato di tweet volgari è nei discorsi fra uomini (5,48%), mentre in quelli tra donne la percentuale scende al 3,81%. Più raffinate, ma non così tanto.
No, prediligono insulti diversi: i maschi usano più spesso fuck (fottere, scopare, fanculo), shit (merda) e nigga (negro); le femmine, bitch e slut (troia). Gli uomini, insomma, vanno più sul pesante, ma hanno anche una maggior varietà lessicale, almeno quando si tratta di essere volgari.
Un dato curioso: il prestigio, alto o basso che sia, rende più trattenuti nel linguaggio. Infatti, dicono meno parolacce le persone col maggior numero e quelle col minor numero di followers: ovvero, quelli che devono mantenere o curare di più la propria immagine. Chi sta nel mezzo, non si preoccupa molto del proprio prestigio, forse perché ha poco da perdere. Ecco perché fa notizia quando un personaggio celebre twitta una parolaccia.
Tutte scoperte interessanti, ma i risultati, avvertono i ricercatori, non valgono necessariamente anche fuori da Twitter: 14 milioni di utenti sono davvero tanti, ma non somigliano necessariamente a quelli di altri social network né tantomeno alla popolazione generale. Gli utenti di Twitter, infatti, sono solo una parte (circa il 25%) degli utenti di Internet, e sono per lo più persone abbastanza istruite, di ceto medio-alto, residenti in grandi città e di età compresa fra i 18 e i 50 anni (come ha appurato questa ricerca). Restano non censiti tutti gli altri strati sociali e anagrafici, e non sono pochi. In più, aggiungo, la comunicazione attraverso i sistemi digitali (i 140 caratteri di Twitter, per intenderci) non coincidono con gli stili di comunicazione che abbiamo quando siamo di fronte ad altre persone, senza la mediazione di schermi digitali.
Con questa doverosa avvertenza finiscono le scoperte della ricerca americana. Se volete essere aggiornati via Twitter con le ultime news sul turpiloquio, basta seguire l’account parolacce: dal 2013, più di 2mila tweet sul turpiloquio, in Italia e nel mondo.
Gli Szeki Kurva, gruppo punk.
Se andate a Praga, non dite che avete preso una curva: in ceco, kurva non è una strada tortuosa, significa puttana. Il termine è diventato molto celebre, tanto da essere usato anche in altri Paesi dell’est: Polonia, Russia, Ucraina, Bielorussia.
E ha un’etimologia curiosa: il termine, infatti, ha davvero a che fare con le curve. In passato, infatti, le donne che avevano difetti fisici (tra i quali le gambe “incurvate” o “arcuate”) erano emarginate perché considerate inadatte al lavoro nei campi e ad allevare figli. Così, alle “zitelle” con questo difetto fisico, non restavano molte alternative: spesso diventavano prostitute. E come tali erano mal viste dalle altre donne, che hanno caricato di disprezzo il termine kurva.
Non è l’unico termine imbarazzante in ceco. Anche la parola panna può creare equivoci: significa vergine, che non è una parolaccia ma introduce un tema sessuale mentre siamo convinti di parlare di cibo.
E il nostro avverbio così ha una pronuncia simile a kozy, che vuol dire capre ma anche tette.
Se dite che state seguendo un ciclo di conferenze, potreste risultare comici: ha la stessa pronuncia di csikló, che significa clitoride. Ma va decisamente peggio per chi ha un amico o un marito si chiama Pino: non chiamatelo ad alta voce in strada, perché il suo suono è identico a pina, che vuol dire fica.
“Nonna, passami la canna!”
Nonostante le notevoli corrispondenze fra la nostra lingua e lo spagnolo, i “falsi amici” sono numerosi. Anche fra le espressioni volgari. Per esempio, parlando di verdure, attenti a dire porro: significa persona goffa, maleducata e stupida, ed è anche un sinonimo gergale di spinello. Così come il burro non è un alimento: vuol dire asino, incivile, grezzo.
Chi si occupa di lavorazione delle pelli, meglio che sappia che concia, in molti Paesi latino-americani (Argentina, Perù, Bolivia, Cile, Guatemala, Paraguay, Uruguay) ha lo stesso suono di concha, fica (in origine significa conchiglia).
Se volete andare a pranzo in Messico, Ecuador, Honduras, El Salvador o in Nicaragua, state attenti a parlare di mensa con una cameriera: significa stupida, tonta. In Argentina, invece, se dite che amate dedicarvi all’orto, non stupitevi se chi vi ascolta resterà interdetto: state parlando del culo.
Ma il capolavoro più sorprendente di ambiguità è la parola bergamasca: una donna che dica “Yo soy bergamasca”, può suscitare l’ilarità generale. Perché “berga” ha lo stesso suono di verga (cazzo), e masca significa “mastica”: la sua frase, quindi, può essere intesa come “Io sono mastica cazzo”.
Il portoghese non è una lingua monolitica: come lo spagnolo, in America Latina si arricchisce di nuovi vocaboli e significati. E, soprattutto in Brasile, terra di immigrazione, si mescola con altre lingue: l’italiano è una di queste. Ecco perché, in alcuni Stati brasiliani, le parole italiane sono entrate nei modi di dire gergali. Come testimonia il sito Brazzil.com, mosca, polaca, minestra, piranha, a dispetto delle apparenze, significano tutti “puttana” (e mosca può significare anche fica). Mentre ferramenta non si riferisce al negozio di utensili: significa affare nel senso di pene. Ma non è tutto. In Brasile, se dite a una donna “Posso entrar?”, potreste ricevere uno schiaffo: entrar significa anche penetrare, fottere.
Quando Sarkozy disse: “Taci, povero coglione”.
La stretta parentela fra italiano e francese può generare molti equivoci. Se dite, guardando il cielo, “Che belle scie“, la frase, in francese, suonerebbe “Che bella cacata” perché scie, in francese, ha la stessa pronuncia di chier = cagare.
E ricordate che con, in francese, non è una congiunzione ma significa figa, stronzo (è diventata celebre quando la usò l’ex presidente Nicholas Sarkozy per zittire un contestatore).
Attenti, infine, a tradurre baciare con baiser (vuol dire anche scopare) e gatta con chatte (che indica anche la vulva).
La processione fallica Kanamara Matsuri.
L’ho già anticipato all’inizio di questo post: in giapponese, chinchin (pronuncia: cin cin) vuol dire pene. Tant’è vero che il festival della Kanamara Matsuri, la processione fallica che si svolge ogni anno a Kawasaki per propiziare la fertilità, è chiamato anche Chinchin Matsuri (festival del… cazzo). Se siete in Giappone, quest’anno l’appuntamento è fissato per il 3 aprile. E se volete brindare con gli amici giapponesi, dovete usare un’altra espressione: “kanpai”.
Ma perché in italiano per brindare usiamo l’espressione cin cin? In effetti, l’espressione ha origini orientali, per la precisione cinesi: deriva infatti da qǐng qǐng, che significa “prego, prego”. Queste parole erano usate fra i marinai di Canton come forma di saluto cordiale ma scherzoso, e si diffuse nei porti europei. E’ entrato nei nostri modi di dire per la somiglianza onomatopeica con il suono prodotto dal tintinnare di due bicchieri tra loro.
Ho parlato di questo post con Monica Sala e Max Venegoni su Radio Montecarlo. Potete ascoltare il podcast con il mio intervento cliccando qui.
Corrado Fortuna, protagonista di “My name is Tanino”: uno stupido esemplare.
Un filosofo dell’800, Arthur Schopenhauer, diceva che l’insulto è un giudizio abbreviato su una persona: “Non dice le premesse e salta direttamente alla conclusione”.
Ci sono molti modi, infatti, di etichettare una persona: la si può condannare perché molesta (rompicoglioni), per le sue origini etniche (terrone), per la sua condotta sessuale (troia)…
Anche “stupido” è un giudizio di questo genere. Il bell’articolo di Marta Erba (uscito su Focus n° 184), spiega in modo illuminante in che cosa consiste la stupidità (= procurare danno ad altri e a sé stessi), e come si manifesta nella storia.
Ma che tipo di giudizio è definire “stupida” una persona? E qual è la differenza tra stupido e coglione, tanto per dirne una?
Per chiarirci le idee, c’è solo un modo: esplorare le radici linguistiche della stupidità.
La ricerca ha un risultato sorprendente: stupido e stupidità hanno la stessa origine di stupire, stupore, stupendo, stupefacente (e forse anche di stupro). Ovvero: sbalordire. Secondo il dizionario etimologico Zanichelli, tutte queste parole derivano da una radice indeuropea che significa “battere”: evoca l’intorpidimento mentale causato da un colpo in testa.
Lo stupido, quindi, è una persona in stato di permanente stupore, incantato davanti alla realtà e quindi incapace di percepirla lucidamente, reagendo di conseguenza.
“Stupido”, quindi, rientra tra gli insulti di area mentale, che rappresentano circa l’8% del turpiloquio, come spiego in Parolacce.
Ma occorre fare qualche distinzione. Molti pensano, per esempio, che stupido e imbecille siano sinonimi, ma dal punto di vista strettamente linguistico non è così. “Imbecille” significa, etimologicamente, “indifeso, incapace di difendersi”; idiota significa “inesperto, incompetente”, sciocco “privo di sale, di giudizio”, scemo “persona a cui manca qualcosa, deficiente”, stolto “poco intelligente e assennato”, cretino, di per sé, significa “cristiano, pover’uomo”, ma anche “ritardato nello sviluppo mentale”…
Ci sono, poi, molti insulti che indicano mancanza di valore e di intelligenza, tratti da organi sessuali (che sembrano “vivi”, ma non sono intelligenti, e rappresentano i nostri istinti più bassi e animali): fesso, coglione, cazzone, minchione… Ma esprimono tutti una sfumatura differente rispetto a stupido.
Stupido, quindi, è più vicino, come significato, a flippato (rintronato come una pallina del flipper), rincoglionito, rimbambito, sballato, rintronato, strafatto, bamba, tonto (parola che imita il balbettio di una persona…non molto presente).
Ma non è tutto. La stupidità ha ispirato alcuni modi di dire dialettali e gergali che arricchiscono ulteriormente le sfumature di significato di questa parola.
In dialetto lombardo, infatti, c’è un termine che esprime un’ondata di stupidità che può cogliere una persona in modo irrefrenabile, con attacchi di riso: la “stupidera”.
Nel gergo militare, soprattutto degli alpini, la “stupida” è invece un berretto. Ma perché si chiama così?
Perché il secolo scorso, quando il cappello da alpini (quello di feltro con la penna) si rivelò poco pratico per i lavori di fatica, l’esercito decise di dotare il Corpo di berretti di tipo “norvegese”, cioè con la visiera. Ma all’epoca questi copricapo, oltre che dai bambini, erano usati spesso dagli ospiti dei manicomi; così fu ribattezzato “Cappello da stupidi”, per brevità “stupida” (con due versioni: invernale, se di lana ed estiva di cotone).
Se pensate che la stupidità si esaurisca qui, vi sbagliate. La collega Marta Erba, infatti, ha raccolto una ricca antologia di proverbi e frasi celebri sulla stupidità.
La trovate qui sotto, con un’avvertenza: sono sempre incinte le mamme degli scemi, dei coglioni, o dei cretini… ma non quelle degli stupidi. Chissà perché. Lo dice il “Dizionario dei proverbi italiani” di Carlo Lapucci…
Uno stupido è come un diamante: è per sempre.
Flavio Oreglio
Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido che crede di essere saggio.
William Shakespeare
Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.
Bertrand Russell
Il tiro peggiore che la fortuna possa giocare ad un uomo intelligente è metterlo alle dipendenze di uno stupido.
Giacomo Casanova
Ci sono due specie di sciocchi: quelli che non dubitano di niente e quelli che dubitano di tutto.
Charles-Joseph principe di Ligne
Chiunque può sbagliare; ma solo gli stupidi perseverano nell’errore.
Cicerone
In politica la stupidità non è un handicap.
Napoleone Bonaparte
Se gli uomini non commettessero talvolta delle sciocchezze, non accadrebbe assolutamente nulla di intelligente.
Ludwig Wittgenstein
L’imbecillità rappresenta, ahinoi, una risorsa utile per il sistema: se non ci fossero tanti imbecilli in giro non sarebbe così facile trovare un furbone che li seduce. Ecco perché un imbecille è molto più pericoloso di un mascalzone.
Corrado Augias
Per lo stupido, il cretino è sempre l’altro.
Fruttero e Lucentini
Meglio tacere e passare per stupido che parlare e dissipare ogni dubbio.
Abraham Lincoln
L’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori, e guardate quanto è stupido.
Elias Canetti
Una certa stupidità è indispensabile.
Jean Cocteau
Quando il dito indica la luna, lo stupido guarda il dito.
Proverbio cinese
La stupidità è avere una risposta a tutto.
Milan Kundera
Solo gli stupidi non sbagliano mai.
Charles De Gaulle
Se un milione di persone crede ad una cosa stupida, la cosa non smette di essere stupida.
Anatole France
Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione.
James Russell Lowell
Niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo.
Ennio Flaiano
La coerenza è la virtù degli stupidi.
Oscar Wilde
Ci siamo fregiati del titolo di homo sapiens sapiens. Ma un’umanità che non sa salvare se stessa da se stessa merita semmai il titolo di homo stupidus stupidus.
Giovanni Sartori
Stupido è chi lo stupido fa.
Forrest Gump