Ma vediamo in dettaglio che cosa dicono le ricerche. La più interessante e completa è quella britannica: i primi risultati sono stati anticipati in questi giorni dalla stampa, e parolacce.org ha ottenuto in anteprima alcuni dettagli in più. Per il testo definitivo coi risultati generali della ricerca, tuttavia, occorre aspettare fino al 2018.
Il progetto è stato realizzato dall’Economic and Social Research Council con le università di Lancaster e di Cambridge. I ricercatori hanno reclutato 376 volontari (di tutte le età e ceti sociali), che hanno registrato per 3 ore al giorno le loro conversazioni con amici e familiari dal 2012 al 2015: un obiettivo ormai facile da raggiungere grazie agli smartphone. In questo modo hanno ottenuto un database di 5 milioni di parole dell’inglese parlato. Poi l’hanno confrontato con il British national corpus, il database di parole raccolte negli anni ‘90.
Ecco i risultati riferiti all’uso della parolaccia più popolare in inglese, fuck (scopare, fottere, fanculo):
Inglese parlato anni ‘90 | Inglese parlato anni 2000 | ||
Uomini | Donne | Uomini | Donne |
Fuck: 1.000 volte su 1.000.000 di parole (0,1%) | Fuck: 167 volte su 1.000.000 di parole (0,01%) | Fuck: 540 volte su 1.000.000 di parole (0,05%) | Fuck: 546 volte su 1.000.000 di parole (0,05%) |
Dunque, mentre negli ultimi 20 anni gli uomini hanno dimezzato l’uso di parolacce, le donne le hanno quintuplicate. E oggi ne dicono quante gli uomini, anzi risultano in leggero vantaggio rispetto agli uomini: fra un decennio li sorpasseranno? I segnali già ci sono: le donne usano 10 volte più degli uomini la parola “merda” (shit).
Campagna promozionale dell’Università di Macerata.
Anche se – meglio precisarlo – è probabile che le donne usino un lessico scurrile diverso da quello degli uomini: questo, almeno, era lo scenario emerso da ricerche svolte negli anni precedenti.
“Oramai” commenta Tony McEnery, a capo della ricerca “non esiste più un linguaggio maschile e uno femminile. Non ci sono più parole che gli uomini possono dire e le donne no”. Uno scenario tutt’altro che inatteso. Si inserisce nel più generale mutamento dei costumi sociali avviato negli anni ‘60: il linguaggio è diventato sempre più informale (lo abbiamo visto in politica e sui giornali, per esempio), e le donne non sono più gli “angeli del focolare”, tutte casa-e-famiglia, ma sono entrate a pieno titolo nel mondo del lavoro, dove l’aggressività e la competitività si esprimono anche con un linguaggio rude.
La ricerca britannica ha esaminato anche altri 2 fattori che influenzano l’uso del turpiloquio: il ceto sociale e l’età. E anche in questi ambiti le sorprese non mancano, rivela Robbie Love, uno dei linguisti che sta curando la ricerca.
Per quanto riguarda i ceti sociali, le parolacce sono ancora oggi un tratto distintivo delle classi meno abbienti e acculturate. Ma si sono diffuse più a macchia d’olio, livellando le classi sociali: si sono triplicate nella classe media, sono aumentate di oltre il 40% fra gli operai, ma sono diminuite del 18% nelle classi sociali più basse, come mostra la seguente tabella sull’uso di fuck/milione di parole:
Stato socio-economico | Anni ‘90 | Oggi |
dirigenti, professionisti | 433 (0,04%) | 459 (0,04%) |
impiegati | 108 (0,01%) | 345 (0,03%) |
operai | 735 (0,07%) | 1054 (0,1%) |
lavoratori non qualificati, disoccupati | 971 (0,09%) | 793 (0,07%) |
Per quanto riguarda l’età, lo scenario è più complicato da valutare perché i dati di oggi sono suddivisi con criteri diversi rispetto a quelli di 20 anni fa. In ogni caso, alcune tendenze sono chiare: le parolacce restano più diffuse fra i più giovani, come in passato, ma si è impennato l’uso fra gli over 40 anni e fra gli anziani oltre i 60 anni. Anche questo un segno dei tempi. Ecco l‘uso di fuck/milione di parole suddiviso per età:
età | Anni ‘90 | Oggi |
0-14 | 851 | 0 (età 0-10) |
15-24 | 1549 | 115 (età 11-18) |
25-34 | 619 | 991 (età 19-29) |
35-44 | 75 | 447 (età 30-39) |
45-59 | 139 | 389 (età 40-49)
107 (età 50-59) |
60+ | 19 | 84 |
Ma sull’uso delle parolacce e l’età arrivano altri risultati da un sondaggio di Wrike, una multinazionale statunitense del software. Lo scorso settembre ha posto una serie di domande a 1.542 lavoratori in vari campi (marketing, informatica, ricerca e sviluppo, finanza, risorse umane) approfondendo la diffusione del turpiloquio negli uffici.
Il 57% degli intervistati ha ammesso di dire parolacce sul luogo di lavoro, per lo più occasionalmente (49%), fra colleghi di pari grado (80%), alla scrivania (67%) e di persona (94%). Sono più propensi a dire parolacce al lavoro i Millennials, cioè i più giovani (66%), rispetto agli over 40 anni (54%), ovvero i membri della Generazione X (nati negli anni ‘70-’80) e del Boom economico del Dopoguerra (nati fra il 1946 e il 1964). (Foto Shutterstock).
Anche questo studio conferma che la differenza di genere è sparita nel turpiloquio. Anzi sono più le donne (60%) ad ammettere di dire parolacce sul luogo di lavoro, contro il 55% degli uomini (che però le dicono più spesso). E, almeno nella generazione dei Millennials (i nati fra gli anni ‘80 e il 2000), sono più gli uomini (27%) che le donne (18%) a essere infastiditi se qualcuno impreca al lavoro. Si stanno addirittura invertendo i ruoli? E’ tutto da vedere: il campione di questa ricerca non è rappresentativo di tutte le età e di tutte le categorie sociali.
Per quanto riguarda i settori lavorativi, infine, emergono altre curiosità interessanti. Sono soprattutto gli addetti della sanità a usare più parolacce (64%), seguiti da chi lavora nella finanza (62%) e nel terziario (61%). Anche questo uno scenario facilmente spiegabile: medici e infermieri lavorano a stretto contatto col dolore e la morte, gli economisti coi soldi e gli impiegati con altre persone, il fisco e la burocrazia. Impossibile restare calmi in questi contesti.